ll Laboratorio psicoanalitico Vicolo Cicala nasce a Messina  il 31 luglio 2003, come associazione scientifica non avente scopo di lucro che si occupa di psicoterapia e ricerca psicoanalitica. Si chiama “Vicolo Cicala” poichè è situato in prossimità delle “case Cicala” che hanno una rilevanza storica per la città essendo una delle poche strutture che hanno resistito al terremoto del 1908.

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RIFLESSIONI SULLA FASE 2
[molti ritengono inadatti a Facebook gli scritti lunghi; ma ho ritenuto opportuno condividere queste riflessioni nella forma originaria in cui sono nate, in seno al tirocinio presso il Laboratorio Psicoanalitico Vicolo Cicala: chi ha tempo, voglia e pazienza leggerà... :*]

Da alcune settimane siamo entrati - o forse, piuttosto, entriamo giorno dopo giorno progressivamente - nella cosiddetta “fase 2”. Sentiamo parlare di questioni sanitarie ed economiche, di misure di sicurezza, di distanziamento e di vaccino, di didattica a distanza e di smart working.
Ma poche o nulle sono le parole spese per la vita psichica.
Un evento che le nostre menti non avevano pensato - la pandemia, il lockdown - ha non solo stravolto le nostre giornate e la contingenza di questo tempo, ma ha scardinato sin dalle fondamenta i vecchi paradigmi, quelli che ci accompagnano da quando siamo nati. Questa dimensione, però, pare non esser presa in considerazione nella maggior parte dei contesti di confronto pubblico.
Ci troviamo di fronte ad un cambiamento la cui portata facciamo ancora fatica a comprendere;
siamo dentro un trauma ancora in atto, e già viviamo – più o meno consapevolmente – i sintomi di un disturbo post-traumatico da stress, a livello individuale e collettivo; mentre le Istituzioni si occupano di far ripartire la vita materiale, il nostro mondo affettivo incassa i colpi di questo shock; eppure, l'Occidente continua a perseverare nella separazione mente/corpo, catalizzando tutte le speranze salvifiche nel totem del vaccino, ed ignorando invece l'ammalarsi della psiche: in generale, il cambiamento perturbante che il nostro essere umani sta attraversando.
Riteniamo necessario che nel dibattito pubblico, così come nella dialettica interpersonale ed interna, si mantengano - o si creino - spazi per pensare. La situazione è così delicata per il nostro mondo, non solo esterno ma anche interno, che qualsiasi semplificazione o atteggiamento dogmatico rischia di acuire l'entità dei danni. Ogni trauma non affrontato rischia di produrre e riprodurre in una coazione a ripetere i suoi effetti sempre più abnormi.
Siamo testimoni di qualcosa di epocale che resterà a lungo, forse per sempre, impresso nella nostra memoria, individuale, sociale e transgenerazionale. Osservare senza dogmatismi le reazioni a questo evento traumatico ci serve per prenderne contatto. Al di là dell'aspetto sociologico, cosa si sta scatenando a livello profondo?
Una parte della popolazione ha reagito alla Fase 2 con un atteggiamento che alcuni hanno definito “sindrome della capanna”. Si è introdotta questa definizione per indicare quella gamma di vissuti legati al disagio nella ripresa delle vecchie abitudini e routine lavorative e sociali, al desiderio di rimanere a casa, alla paura del contagio, al bisogno di continuare ad assaporare la lentezza.
Alcuni hanno iniziato a parlare di “depressione”.
Ci sembra doveroso chiederci: è corretto utilizzare (ed inflazionare) il termine “depressione” per indicare questi vissuti? Non si tratta piuttosto di una reazione fisiologica, data l'entità del trauma?
Liquidare gli effetti che il Coronavirus, la quarantena e i conseguenti cambiamenti impostici, hanno provocato sul nostro mondo interno come reazioni da osservare con curiosità ed etichettare con neolgismi di nuove sindromi, rischia di rendere ancora più pericolose le conseguenze, sulla vita psichica, di un trauma mal visto o negato.
Molti raccontano di vissuti d'ansia mai sperimentati prima, descrivono la sensazione di non esser pronti a riaffrontare il “fuori” che ha contenuto – e forse ancora contiene – il pericolo di morte.
Accanto alle reazioni di ritiro sociale osserviamo risposte che potremmo definire “maniacali”, con in atto meccanismi di difesa di negazione (“non è successo niente”) o di diniego (“è successo qualcosa, ma non è così grave”. A queste forme di rifiuto si accompagnano talvolta atteggiamenti di attacco aggressivo verso chi rispetta le regole, sperimenta paura, fa fatica a rientrare nella “normalità”; è verosimile che chi si comporta in modo spavaldo e aggressivo possa sperimentare vissuti di sofferenza anche maggiori rispetto a chi chiama il trauma col suo nome e lo affronta con consapevolezza.

Accanto ad un'immersione consapevole dentro i vissuti emotivi e mentali legati a quest'esperienza destrutturante, occorre porre un'analisi critica. Se tra gli effetti benefici di questi mesi di discostamento dai ritmi abituali e frenetici molte persone indicano la lentezza, il contatto con se stesse, la riscoperta di alcune relazioni, forse occorre interrogarsi sui propri bisogni più profondi, e su quanto l'ambiente circostante – sistema economico, in primis – sia violento rispetto ad essi.

In “La vita psichica del potere” Judith Butler analizza la figura dello schiavo appassionato al suo ruolo, e le connessioni tra vita psichica e sistema sociale. Porsi oggi degli interrogativi critici in merito alle nostre schiavitù, a partire da ciò che di positivo l'esperienza del rallentamento ci ha fatto assaporare, può servire a scardinare la complicità tra la psiche sottomessa e i sistemi di potere opprimenti.
Di contro, l'esperienza del Coronavirus ha toccato i nuclei profondi delle nostre angosce e paure, rimandando in scena la nostra relazione con l'oggetto. Ora l'oggetto è persecutorio e pericoloso: è un virus ma è anche il possibile veicolo al virus che costituiscono le altre persone, compresi i nostri cari. La paura è partita da un dato di realtà: un virus, il rischio di polmonite interstiziale; ma, da lì,
ma è andata a recuperare angosce profonde, toccando i nuclei intimi della nostra relazione con l'oggetto d'amore, con la vita, con la morte.
Qualche anno fa, nel suo “Il malessere”, Kaes scriveva che la “cultura fobica della relazione con il mondo crea uno spazio di proiezione del malessere”, e continuava: “Le fobie esprimono la paura di un pericolo vitale: essere soffocati, contaminati, schiacciati, morsi, aggrediti, persi nella folla, senza difesa né soccorso, abbandonati dalle istanze di protezione tutelari, rassicuranti, contenenti, materne e paterne”. Fa riflettere come, ignaro di ciò che nel 2020 sarebbe accaduto, Kaes abbia utilizzato i termini di soffocamento e contaminazione; fa pensare questo concetto del perdersi nella folla: non più contatti scelti e voluti, ma una massa indistinta di relazioni non intime e distanziate, perché da quelle intime ci si deve difendere; colpisce la sua analisi sulla perdita dei garanti, questo “essere senza difesa né soccorso” che ci fa pensare alle carenze del sistema sanitario, ai limiti della scienza medica, al caos dei provvedimenti politici, allo sgretolamento di ideologie private del terreno fertile del dibattito vis à vis e dell'agorà reale e non virtuale.
Fino a pochi mesi fa alcune parti politiche invocavano il concetto di sicurezza, con decreti che ledevano i diritti di tutti coloro che in qualche modo potevano essere percepiti come minaccia alla nostra tranquillità di Occidente opulento e autosufficiente. E' dovuto arrivare un piccolo virus a farci capire l'inutilità dei fili spinati, dei porti chiusi, delle guerre di religione, di sedicenti terapie omofobiche e di farisaiche pulizie etniche o sociali, a rivelare la fragilità di una cultura dell'eccesso maniacale e onnipotente.
“Ciò che si esige è, in definitiva, una garanzia contro la morte […] E' anche e congiuntamente un evitamento di ciò che, in uno slancio di curiosità verso il mondo, non ci lascerebbe indenni, integri”: sembrano profetiche le parole di Kaes, che anni fa parlava di malessere, preferendo questo termine a quello di “disagio” o di “crisi” per indicare “un vacillamento che colpisce più radicalmente la nostra possibilità di essere al mondo con gli altri e la nostra capacità di esistere per noi stessi” e “interroga le dimensioni ecologiche e antropologiche di tali mutazioni”. Il termine francese è in realtà “dis-etre”, e può far pensare addirittura ad un dis-essere, ad una perdita del Sè. E cos'è, in fondo, questa attuale situazione, se non un terremoto nei precedenti paradigmi a cui era connesso il nostro stare al mondo? Cosa ne è della fiducia verso l'oggetto, in quella crescente sfiducia che lui definiva peggiore della diffidenza, perché non si limitava ad essere ritrosia verso l'altro e verso il mondo, ma perdita dello slancio verso di esso, sottrazione della fiducia prima esistente?
Cosa sarà della nostra vita psichica in questa fase di vuoto in cui i vecchi schemi – l'abbraccio e il respiro, il bacio e il contatto – diventano vietati, ma non ne sono stati costruiti di nuovi? Come crescerà un bambino che nei primi mesi di vita verrà deprivato dell'esperienza del portare le cose alla bocca? Cosa sta producendo la disintegrazione di noi come corpi abbraccianti? Che cosa succederà alla sfera erotica?
Come si modificherà il nostro immaginario su Madre Natura? La riterremo matrigna, perché ci ha fatto male col virus? La riterremo vittima dei nostri abusi? Che eredità lascerà in noi l'essere entrati, tramite le immagini televisive, dentro reparti di terapia intensiva prima solo immaginati o visti da dietro il vetro? Cosa ne faremo di questa perdita delle coordinate spazio-temporali, di questa sensazione di sabbie mobili, di questo “terrore senza nome”, al netto degli interventi consolatori di una certa psicologia pop o delle risposte difensive degli “Andrà tutto bene” appesi ai balconi?

Scrive Kaes:
“Certo la storia è tragica, ma lo è in ragione del sentimento che produce in noi di seguire un corso sul quale non abbiamo - o non abbiamo più - presa. Pensare che la situazione è allarmante non è necessariamente dar prova di pessimismo. Immaginare di ritornare alla situazione precedente dal malessere contemporaneo è un'illusione, così come subirla come un destino è un'impasse. Ciò che è possibile - e che si distingue dal volontarismo - è fare uno stato dei luoghi e pensare i processi che fabbricano le odierne scordature con noi stessi, con gli altri, col mondo; è studiare le condizioni che ristabiliscono un processo creativo. È qui il nostro margine di speranza: in ciò che è reversibile, risignificabile e imprevisto. È ciò che considero più prezioso della mia esperienza della psicoanalisi. Quando i punti d'appoggio della vita psichica s'incrinano, insieme alle civilizzazioni e le culture che la sostengono, per vivere è necessario sperare ragionevolmente nelle nostre capacità creative”.
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2 giorni fa  ·  

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