Le non cose

Le non cose

Report di Samuel Oddamo

Byung – Chul Han

Le non cose è un libro del filosofo Byung – Chul Han. Il testo rappresenta un vero e proprio viaggio attraverso un mondo, il nostro, che è stato deprivato della sua essenza per mezzo della digitalizzazione e dell’informatizzazione.
“Oggi all’ordine terreno subentra l’ordine del digitale. L’ordine digitale derealizza il mondo informatizzandolo (...). Non abbiamo più la terra e il cielo, bensì Google Earth e il cloud.

Pare piuttosto lecito porsi il dubbio che il testo non sia che una raccolta di nostalgici pensieri rivolti a un mondo che oggi è per lo più scomparso, relegato a contesti meno permeati da certi enormi cambiamenti. Altrettanto lecito è il dubbio che il libro in questione non sia condito di una retorica ormai stanca, che demonizza il digitale o l’informatizzazione senza coglierne in toto le features, sottolineando per lo più le conseguenze negative che hanno apportato al mondo e all’uomo. In effetti, questi sono dubbi nati all’inizio della lettura e che tutt’ora forse restano ancora in parte vivi. Byung presenta uno stile di scrittura molto serrato, che se da una parte favorisce le libere associazioni, dall’altro permette a tali dubbi di germogliare.
Leggendo Byung si scorge una visione dell’uomo piuttosto cinica, come se egli fosse predestinato a soccombere, depensante, alle non cose. Per non cose si intendono i surrogati di ciò che le cose non sono più, ossia la loro versione digitale e informatizzata. Il libro in parte rappresenta un catalogo piuttosto didascalico di non cose. Si parte dalla cosa in origine e si arriva alla non cosa; sostanzialmente una degenerazione della stessa. L’esempio della fotografia è piuttosto calzante, in quanto da rappresentazione artistica di una visione circa il mondo (visione che su pellicola degrada, ha una sia vita e dunque una sua importanza), diventa selfie. Il selfie di certo è piuttosto indicativo di come uno sfoggio narcisistico “usa e getta” della propria immagine passi sotto soglia, quasi inosservato e di certo comunemente accettato da tutti. Tuttavia, piuttosto che rappresentare la scomparsa dell’arte nella fotografia, a mio avviso il selfie rappresenta l’effetto di un dono, quello della fotografia, nelle mani di chi è incapace o semplicemente non intento a fare arte. La fotografia intesa come degenerazione della stessa ha anche portato a fenomeni forse ben peggiori, seppure interessanti. Basti pensare ai musei e a come le opere d’arte non siano più considerate tali in quanto è come se fossero incomplete se non immortalate mentre vi si staglia davanti mentre si recita di contemplarne le forme. Non sono dunque solo cambiate le cose, ma anche il modo in cui si fa uso o esperienza di esse. Vi è una degenerazione ulteriore. Non ci sono solo le non cose, vi è anche la non esperienza di esse.

Ironicamente, si potrebbe dire che la nuova arte sono le persone che guardano arte.

Ciò si verifica anche in altri contesti, come quello dell’intrattenimento. Se si visita YouTube, si potranno scorgere e visionare innumerevoli video il cui scopo è quello di intrattenere lo spettatore attraverso la visione di qualcuno che si intrattiene a sua volta. Un esempio sono i gameplay ossia video di persone che si intrattengono giocando a dei videogiochi. Tranne in alcuni casi, tali video diventano solo un mero surrogato di un’esperienza che si potrebbe compiere in prima persona.
Il videogioco come media ha ormai raggiunto una tale forza e carica espressiva per cui è divenuto del tutto paragonabile all’esperienza che si potrebbe fare durante la visione di un film. In più, il videogioco consente al videogiocatore, attraverso il role playing e il semplice controllo del personaggio nello spazio virtuale, di fare esperienza ancora più vicina e empatica di quello che vuole essere il messaggio di un media che può davvero diventare un’opera per nulla priva di arte. In un certo senso, l’arte in un videogioco è diversa da quella presente in un film in quanto il videogiocatore vi contribuisce più attivamente, attraverso delle azioni.
In breve, da queste osservazioni è chiaro capire come sia difficile, se non impossibile, paragonare la visione svincolata dalla componente ludica di un buon videogioco all’esperienza video – ludica, in sé.

 

Tornando a Byung, in effetti molti sono gli esiti negativi dell’informatizzazione, degli eccessi comunicativi e dell’assenza di silenzio. Primo fra tutti una certa pigrizia assai specifica, frutto dell’eccessivo flusso di informazioni e “contenuti” che arrivano da noi senza averli richiesti e che presto impariamo a subire passivamente. Forse questa sarebbe la causa dei fenomeni di cui sopra. Perché sforzarsi anche solo di acquistare un videogioco quando di questo si può fare esperienza gratis e soprattutto a portata di click? Il prezzo da pagare, che non sarà di certo sotto forma di moneta, è un’esperienza parziale. Questo è un prezzo da pagare a priori, che si sia o meno consapevoli non fa alcuna differenza. Tuttavia, a mio avviso la visione di Byung circa il ruolo che può svolgere la consapevolezza negli esseri umani e per questi ultimi è parziale o non sufficientemente menzionata. L’uomo pare relegato a questo intorpidimento intellettivo, chiuso nella dimensione digitale dalla quale è completamente risucchiato. Pare non ci sia speranza alcuna per l’umano, ottenebrato e distratto da una fatale futilità.
La cultura circa i nuovi media e lo spirito critico sono gli unici strumenti che gli esseri umani possono utilizzare per mantenere il loro status di esseri attivi e presenti nel mondo (o come direbbe Byung, per “esserci”). Nel momento in cui questi elementi non sono presenti, gli esseri umani sono destinati a subire un mondo che non contemplano e nel quale dunque non si immergono, ignorandolo a scapito di un altro mondo costituito da dati. Le non cose, in quest’ottica, colmano un vuoto a mio avviso spesso preesistente. Un vuoto che necessitava di strumenti che forse non erano a disposizione di chi lo ha riempito di dati spesso anche futili.
Tuttavia, a differenza di quello descritto da Byung, che pare essere un destino senza speranza, ritengo che che i vuoti non abbiano uno spazio del tutto colmabile oppure ormai saturo di elementi futili. Vi è sempre spazio per nuove consapevolezze, per la nascita di uno spirito critico. Che sia anche grazie alla filosofia di Byung, gli esseri umani possono apprendere e discernere quali siano le cose, e quali le non cose. Ciò non è sempre possibile farlo in modo passivo, in quanto alla critica occorre guardare con spirito altrettanto critico. Il testo in questione può in effetti essere un tentativo di destare gli animi, di mettere in dubbio una realtà (digitale) che non sempre viene vista come un ulteriore dimensione che funge da appendice a una realtà fisica e “cosale”, ma come l’unica realtà esistente.

 


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