Il genio Picasso

Per conoscere il segreto che guida
il creatore nella sua pericolosa avventura
PICASSO

Commento del film Il genio Picasso, Clouzot, 1956.
Presentato da Alessandro Novarese al Laboratorio Psicoanalitico Vicolo Cicala.

E’ stata un’esperienza emozionante, intensa e nuova, che ha bisogno di essere digerita e risognata, perciò ho pensato di proporre alcune mie impressioni, a caldo, da cui partire per cominciare a parlare di pittura, nell’attesa del seminario di Antonello Correale su Visioni Artistiche.
Martedì 25 gen.19,30 – Corto al laboratorio-.
Mi aspettavo di vedere un corto, ma è un lungo. Un lungo “Picasso”, con Picasso in persona all’opera. Si tratta di un vecchio film-documento trovato da un ex tirocinante del laboratorio, il giovane psicologo Alessandro Novarese che lo ha portato, e ha per noi tradotto il parlato dal francese e inserito i sottotitoli, confezionando in tal modo il suo dono, il dono di una visione, di un’esperienza diversa, o piuttosto unica.
Il maestro – un Pablo Picasso assolutamente vivo e sveglio e quasi nudo- per farci “conoscere il segreto che guida il creatore nella sua pericolosa avventura” ci ha fatto vedere come dipinge. Dipinge? Ma non è questo che io pensavo fosse dipingere, forse creare rende di più, creare allora e pure distruggere. Distruggere, lei disse*;
distruggere: egli lo fece, di seguito, per ore davanti alla macchina da presa, o dietro? Siamo noi davanti, noi-lo spettatore, noi lo schermo, lo specchio, del parto dell’arte, del processo creativo colto nel suo divenire, uno spettacolo certo originale, inquietante, perverso un poco? No, invece, nobile, nell’inconsueta assoluta nudità della libertà, del gioco, della tragedia dell’ispirazione creativa. Del suo farsi e disfarsi. Lui: divertito ironico e invasato, audace e spietato, ci mostra il lavoro di creare e di distruggere- il disegno, se stesso- come scrivere e cancellare e riscrivere e ancora cancellare. Solo che c’è molto di più di carta e matita, di semplici parole che parlano in un unico linguaggio, qui ci sono dimensioni e spazi, visioni di emozioni, di tempi, attese illusioni e speranze in una sola pennellata, che è ritirata subito attraverso una nuova versione di se stessa, operazione vertiginosa e disgregante. Ricostruzione miracolosa e non casuale, geometria caleidoscopica di piani e di luci. Profondità inaudite, prospettive multiple, di nuovo moltiplicano, come in gioco di prestigio. Impossibile ricomposizione, in apparenza, e invece avviene. C’è tutto, in un istante.
Come se fosse quello il disegno preordinato, anche se Lui non lo conosceva; o invece sì? Non è dato saperlo. La forma e il colore mi appaiono elementi del passato, ingenuo pensarli divisi e distinti, forma e colore dopo questa visione non sono più tali, per sempre. La linea, il cerchio, i pieni, i vuoti, il nero, il bianco ritagliato dal nero e dal blu, il colore di colpo annullato, blu verdi grigi rossi- che meraviglia!- cancellati dal nero impietoso che li falcia di colpo; ma ecco il disegno che emerge dal vuoto e dal pieno. Improvviso, inevitabile. Quello e non l’altro, sempre ora, non l’attimo precedente, il passato è distrutto, tuttavia riemerge, condensato in una qualche forma in divenire. Osservando, assistendo, partecipando allo spettacolo di una fantasmagorica esuberanza, contenuta da un’invisibile reverie, mi viene in mente l’espressione di Bion Memoria del futuro, e mi pare di comprenderne il senso chiaramente, quasi riconoscendone un’applicazione nella pittura picassiana. Qui c’è un’invasione di sensorialità, un eccesso di visivo, di cui il colore è il Dio supremo, una forza indomita lo spinge fino alla dissoluzione delle forme e dei volumi, fino alla negazione di se stesso. Colore? Dopo un secondo si fa oscurità, ancora luce, vita e morte appaiono e scompaiono, si scambiano di posto, siamo a teatro, al circo. Al mare, di notte, in collina, su una strada, a letto, nell’arena, nel sogno, nella nostra stanza: una scena tranquilla, un mattino, una sedia, la persiana verde, un occhio? Di colpo il sangue. La donna, l’uomo e l’altro, l’altro che guarda come noi, o che ritrae, come lui, che fissa nella memoria e dimentica nella fantasia. O al contrario. Geloso e voyeur, escluso e persecutore? Visioni di emozioni che scorrono e cambiano: la passione, l’irruenza, il furore, la disperazione, l’ebbrezza, la meraviglia. Lo sgomento, l’alienazione, la crudeltà, la poesia. Un piatto su una tavola ci invita ad assaporare lo stupore della quotidianità. Animali e cose prendono vita, il grandioso è l’effimero, il tutto parte da un niente, un puntino, una linea, uno scherzo, uno sgorbio, lo scarabocchio di un bambino che non sa disegnare.
Andare oltre il limite, rischiare, ecco la lezione di Picasso: non aver paura di rischiare il tutto per tutto, la fama, la gloria, la faccia, il corpo, il sesso, mostrare tutto ciò che non c’è, che potrebbe esserci e poi farlo sparire: la finestra, la stanza, il sole, la notte, la candela, la stella, l’universo. Invenzione e trasformazione, l’opera sua sembra il manifesto stesso della metamorfosi. Che è la vita stessa, oltre che l’arte. Una piantina fiorita, no, una donna, no una gallina, no un pesce, no, si e no di nuovo, avanti, via. Fuorché Il niente: il bianco, il foglio bianco, il niente che sta dietro l’angolo e ti osserva, ti spia, ti dà la caccia inesorabile, sa che verrà il suo momento, basta aspettare. Perciò Tu non hai pace, né tempo e riempi tutto lo spazio a costo di cancellare, di distruggere. Distruggi anche lui: il bianco il vuoto, la morte, la noia.

P.S. Mi sono rimaste in mente alcune frasi o frammenti di frasi pronunciate da Picasso nel corso del filmato:
Il pittore procede a tentoni come un cieco nell’oscurità della tela bianca e la luce che nasce a poco a poco è il pittore che la crea paradossalmente accumulando le zone d’ombra;
…..Questo dramma quotidiano e confidenziale del genio cieco…
Volevo mostrare la verità sorpresa nel profondo.

Sono parole assai evocative, che fanno pensare al nostro lavoro, che procede a tentoni, che necessita di accecamento, che è, come il lavoro dall’artista, sempre “dramma quotidiano e confidenziale”in cui la “pericolosa avventura”coincide con la ricerca della verità “sorpresa” nel profondo, una verità che come Picasso dice della luce si crea accumulando zone d’ombra.

Diletta La Torre


*Distruggere, lei disse. M Duras, 1969 
Alcuni mesi dopo aver preso attivamente parte agli “eventi” del Maggio 1968, Marguerite Duras gira questo film – il primo interamente realizzato da lei – girato in 14 giorni dopo un mese e mezzo di prove. «Credo che sia necessario distruggere. Vorrei che si distruggessero tutte le scuole, le università, che si passasse in un immenso bagno di ignoranza, di oscurità. Solamente dopo essermi distrutta, sono riuscita a fare questo film. Ho provato a distruggere in me tutto ciò che derivava dalle mie abitudini di scrittore. Scrivo da molti anni, scrivevo troppo. 
“Sono rimasta un anno senza scrivere per scrivere questo”. 
Marguerite Duras, intervista radiofonica, dicembre 1969.

 


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