Janette Palella – Università degli Studi di Messina (1′ Classificata)

6c

Un giorno, da bambino, cessai improvvisamente di giocare. Non vi era nessun motivo apparente o almeno nessuno di cui conservassi il ricordo. C’era come un certo gusto nell’osservare a distanza, i miei giocattoli che perdevano di significato. Erano i miei ma non erano lì per me o io non ero più per loro. Poco importava, era tutto un tempo stanco che slatentizzava i miei contorni. Tra i più cari vi era una bici, la mia bici rossa, l’oggetto transazionale tra me e la mia libertà. Era stato un regalo di mio padre. L’aveva comprata in un mercato di un paese vicino dove la tradizione vuole che hi un paio di metri di plastica colorata siano contenuti in maniera affollata tutti i desideri e i capricci dei bambini. Aveva aspettato, tutto felice, la fine del pranzo della domenica per consegnarmela. Caddi un paio di volte prima di imparare disimparando a tenere l’equilibrio. Il segreto era non pensarci, lasciarsi trasportare dallo slancio dei pedali e guardare avanti con abbandono e decisione. Solo dopo, quando andavo già spedito per il cortile, giocavo ad immaginare di viaggiare per paesi alla ricerca di prospettive sconosciute. Ad ogni pedalata entrai per caso nella mia esistenza, fatta di giorni allegri e di continue esplorazioni e trasformazioni dell’Io. Correvo veloce per sentire il vento sbattermi in faccia e i capelli andare in rivoluzione. Trovai lì la ginnastica della fantasia e della disobbedienza, che coltivavo segretamente come un tesoro tutto mio. Erano quelli i miei luoghi, la creazione dei miei desideri.
Poi un giorno, cosa ne era stato delle bolle di sapone, meraviglia di un arcobaleno racchiusa in un sfera perfetta? Come poteva spegnersi la fantasia? L’avevo uccisa io o era morta?L’inettitudine aveva la sostanza della sottrazione del mia fantasia. La mia bici si era trasformata in un ammasso di plastica neanche troppo colorata e ferraglia varia. Il rapporto tra me e le cose, aveva lo stesso tono di disincanto di una fenomenologia della noia. Non bastavano neppure i baci di mia madre a scuotermi da quel torpore o le sue promesse di portarmi alle giostre.
Al flusso di quei ricordi veloci e inaspettati che mi colpirono quasi come una consapevolezza, gridai ancora più forte quando un poliziotto in tenuta antisommossa mi svegliò dai miei tumultuosi sogni d’anarchia. “Alzati! Forza esci fuori! Sgomberiamo”, diceva. Avevo occupato da 57 giorni un vecchio teatro abbandonato della città insieme ad altri ragazzi, incazzati e morti a vent’anni come me. Ci definivano “zecche” perché ci eravamo attaccati fortemente alla vita, come per formazione reattiva alla disperazione che albergava in noi. Ci avevo dormito in quella voragine pericolante, ebbro di vino e di poesie, Bukowski faceva figo, mi ero innamorato di Giulia come si cade preda di un ambiguo malanno e mi ero pure stordito di canne. Lottavo per la causa di un bene universale,la cultura di un teatro conosciuto solo dai racconti di mio padre, ma in realtà lottavo per me, lottavo per sentire ancora salirmi forte in gola l’urlo di disperazione della mia generazione. Come potevano uccidere ora quella fantasia, quella frattura che avevo ricucito a fatica tra me e la mia vecchia bici?
Gridai ancora insieme agli altri il mio diritto ad essere, in testa solo queste note [The passenger, IggyPop]…
“Oh, the  passenger, how, how he rides, oh, the passenger
he rides and he rides
He looks through his window
What does he see?
He sees the sign and hollow sky
He sees the  stars come out tonight
He sees the city’s ripped backsides
He sees the winding ocean drive

And everything was made for you and me
All  of it was made for you and me
‘Cause it just belongs to you and me
So let’s take a ride and see what’s mine
Singing la la la la…lala la la”.
Perché, ero sicuro, la fantasia non era morta e neppure io l’avevo uccisa.


 

Un testo molto emozionante, trascinante ed evocativo.
Ricordo dei compagni di liceo, già allora in giacca e cravatta. Quando vennero le sospensioni ingiuste per presunta indisciplina di nostri compagni, loro non protestarono. In generale alcuni di noi senza la cravatta avevamo l’impressione che gli adulti e anche i compagni con la cravatta sapessero già tutto: come ci si comporta in ogni stagione, in ogni circostanza. Quei compagni di scuola di allora rivisti trent’anni dopo son ancora uguali. Quella sensazione di cercare nuove strade non mi è mai passata.
People try to put us down / Just because we get around / Things they do look awful cold / I hope I die before I get old /
My generation This is my generation, baby (The Who)
La foto che accompagna il testo, pare sicuramente meno “bella” di altre che vediamo in questa occasione. Occorre però guardarla attentamente, soprattutto dopo la lettura del testo per scoprire la dimensione metafisica di questa immagine. La bicilcetta resta “sospesa” un po’ in tutti i sensi e relegata in quel balconcino al primo piano. Non ci sono esseri umani, ma tracce dell’umano: tracce dell’infanzia e della vita domestica in una casa di un’altra epoca. I colori molto desaturati. Una foto che guarda alla lezione di Ghirri.
Ma dove sarà il bambino della bicicletta? E’ in ricerca ed in viaggio. Un “passenger” nel viaggio della vita


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