Report incontro “Nec-Nomine”
23 febbraio 2026
L’incontro dedicato alla presentazione del libro “Nec-Nomine” ha rappresentato un momento di fondamentale confronto con la realtà storica e sociale, ponendosi come un’opportunità per riflettere su come la storia debba essere considerata una grande maestra di vita che ricorda costantemente il punto di partenza da cui sorgiamo e le memorie che non dovrebbero mai essere cancellate. Nonostante oggi in Argentina vi sia ancora chi cerca di minimizzare o dimenticare gli orrori della dittatura militare, l’evento ha ribadito l’importanza di una memoria scolpita nei secoli che ci rammenti ciò che non deve più accadere. Un aspetto centrale di questa testimonianza è stato individuato nel legame tra arte e politica, con particolare riferimento alla discussione del dottor Marco Francesconi sull’arte pragmatica del periodo, come il movimento “El Siluetazo”. Questa forma di espressione, caratterizzata da tematiche estetico-politiche e inquadrabile nell’arte concettuale e performativa, rappresentò una risposta creativa e impegnata alla dittatura, trovando un parallelo moderno nell’arte da guerriglia di Banksy. Comprendere appieno l’efficacia di tali manifestazioni richiede tuttavia una profonda capacità di interpretazione del contesto storico di riferimento.
Il dibattito si è poi addentrato nelle pieghe più oscure del regime militare argentino (1976-1983), durante il quale scomparvero circa 30.000 persone, i desaparecidos, vittime di torture in centri di detenzione clandestini situati in luoghi comuni come garage o sotterranei, nascosti dietro una facciata di inquietante normalità quotidiana. Tra questi luoghi, l’ESMA è stato citato come simbolo dell’orrore che avveniva nel cuore di Buenos Aires, mentre la vita dei cittadini scorreva apparentemente inalterata, evidenziando la capacità delle società di ignorare la violenza sistematica quando questa è celata dalla normalità. Questo clima di indifferenza e accettazione passiva è stato spezzato dalla forza delle donne, in particolare le Madres e le Abuelas de Plaza de Mayo, che iniziarono a riunirsi con il caratteristico pañuelo bianco, simbolo del pannolino dei figli che stavano cercando. Queste donne venivano chiamate “pazze” , ma erano pazze di dolore, perché avevano tolto loro la cosa più preziosa: ifigli.
Un tema di straziante attualità affrontato dal testo è quello degli H.I.J.O.S., l’associazione che riunisce i figli dei desaparecidos, molti dei quali furono sottratti alle madri neonati e dati in adozione illegale agli stessi responsabili della repressione al fine di annientare totalmente la memoria delle loro origini. In questo contesto, il lavoro della CoNaDi e della Banca Nazionale dei Dati Genetici (BNDG) emerge come una chiave fondamentale per la ricerca della verità, permettendo ai “nietos” (nipoti) di recuperare la propria identità biologica e psichica. Il recupero dell’identità, come dimostrato dalla vicenda di Horacio Pietragalla Corti, non è però un semplice accertamento tecnico, ma un processo psichico complesso che deve affrontare il “dubbio” e la sofferenza di scoprire che la propria famiglia adottiva potrebbe coincidere con gli assassini dei propri genitori naturali. Questo conflitto interiore porta alcuni a rifiutare la verità per difendersi dall’angoscia, trasformando l’angoscia di morte in una sorta di “morte dell’angoscia” attraverso il diniego.
L’analisi psicoanalitica proposta durante l’incontro si è oltretutto focalizzato sul “genio delle origini” e sulla “devastazione psichica”, intesa come un processo traumatico che attraversa le generazioni in modo latente. Il trauma, se non viene riconosciuto, simbolizzato e condiviso, rischia di trasmettersi in modo transgenerazionale, manifestandosi come una frattura simbolica che colpisce il senso stesso delle origini. Il lutto assume qui un ruolo centrale: le madri e le nonne argentine, non avendo corpi da seppellire, hanno vissuto una ricerca che era essa stessa il modo per elaborare un lutto mai avvenuto. Il rapporto tra corpo e sepoltura richiama la figura tragica di Antigone, che sceglie di sfidare la legge dello Stato per obbedire alla “legge del cuore” e dare degna sepoltura al fratello, sottolineando come l’essere umano abbia bisogno del conforto simbolico del rito funebre per non permettere che il defunto diventi mera “carne esposta al vento”. In questo scenario, l’analista deve agire come un testimone che valida la verità del paziente, conducendolo nell’abisso del trauma per offrirgli poi l’ossigeno necessario per tornare a galla. Il libro viene interpretato non solo come una ricostruzione storica, ma come un racconto di una realtà spesso trascurata per troppa umiltà o rimosso per difesa. Gli autori, strutturando il testo in tre parti (storica, esperienziale e interpretativa), hanno offerto una riflessione profonda sulla coazione a ripetere il trauma come tentativo di renderlo “digeribile” attraverso la rielaborazione del ricordo. Tuttavia, emerge anche una preoccupazione per l’atrocità moderna della guerra, dove le armi odierne non si limitano a uccidere ma mirano a disintegrare il corpo, eliminando fisicamente ogni traccia della persona e rendendo ancora più difficile il processo di elaborazione del lutto e della memoria.
In conclusione, l’incontro ha evidenziato come la democrazia e l’identità siano beni fragili che vanno costantemente difesi attraverso la verità e la legge, poiché i diritti non sono mai acquisiti per sempre. Il confronto tra l’orrore della dittatura argentina e altre tragedie come l’Olocausto serve a ricordare l’importanza del lavoro sulla memoria collettiva per evitare che la società torni a ignorare la violenza quando questa si manifesta sotto nuove forme.
Nonostante viviamo in un contesto sociale provato da nuove guerre che sembrano aver dimenticato le lezioni del passato, la testimonianza di Nec Nomine rimane un invito ostinato a trasformare il dolore in responsabilità civile e a non permettere che l’indifferenza prenda il sopravvento sulla ricerca della giustizia.
Natoli – Di Stefano – De Gregorio – Gazzara – Mantineo Coppolino – Amara






