L’aspettativa

Pensare all’adozione mi ha fatto riflettere su alcuni aspetti che la precedono.
Mi è tornato più volte in mente il termine aspettativa. E altrettanto rapidamente l’ho collegato alla definizione di ‘ansia’ data da un manuale di Psichiatria: “aspettativa dolorosa di un evento, di un accadimento, di un pericolo imminente, vissuta come preoccupante…
Questo collegamento automatico mi ha portato a pensare a come, nel momento in cui un uomo, una donna e, nel migliore dei casi, una coppia insieme, decida di prendere in considerazione di adottare un bambino, si possano mettere in moto le ‘aspettative ansiose’ su tutto quello che una tale scelta può portare.
E già il termine scelta mi fa riflettere su come l’adozione, rispetto ad una nascita naturale, implichi un processo più attivo che i genitori debbano compiere per diventare tali.
L’idea diffusa, comune, di come certi momenti e situazioni si vivano per istinto può creare, a mio avviso, non poche difficoltà, in generale, a chiunque sia genitore, a prescindere da come lo sia diventato.
Mi sembra anzi che, in nome di un istinto di paternità o maternità, si siano dette tante parole e fatte teorie che hanno finito col creare una profonda discriminazione tra genitori naturali ed adottivi e che finisce col creare, al contrario, una confusione che riguarda, invece, a mio avviso, tutti.
L’aspetto più insidioso di tale confusione credo sia, innanzitutto, la difficoltà ad ammettere quanto sia difficile “diventare genitori” per tutti.
Il nome dell’associazione “Genitori si diventa” mi sembra infatti molto azzeccato e centrale nella questione che affronterò.
C’è l’idea comune, l’aspettativa appunto, da parte di chi decide di avere un figlio, e, in molti casi, da parte del contesto culturale, sociale, familiare, che la nascita di un bambino, come per magia, metta in moto tutta una serie di meccanismi automatici per i quali una persona, alla vista del nuovo arrivato, per istinto, come dicevamo, sappia già come comportarsi, cosa fare, come gestire, come amare un figlio. Con tutto quello che comporta il non sentire un tale istinto. E aggiungerei, con tutta l’angoscia che può provare, chi non sente quello che gli altri pensano che si dovrebbe sentire. E ancora, con il sospetto, a volte inconfessabile, nel caso del figlio adottato, che quell’istinto non arrivi perché quel bambino non è un figlio naturale.
Senza nulla togliere alla magia di quel momento, io lo penso come un incontro, un incontro che porta in sé tutto quello che lo precede, e nel caso dell’adozione, non è mai un pregresso semplice per vari aspetti, e che quindi comporta un imparare a conoscersi reciprocamente e lentamente, sia che quel figlio sia stato già con te per nove mesi, sia che l’attesa e la ‘gravidanza’ siano durate anni.
Ho vissuto un’esperienza alla nascita del mio primo figlio che mi ha fatto riflettere.
Desideravo avere un parto naturale. Il mio travaglio, lungo, da primipara, era durato diverse ore, ma non aveva comportato una dilatazione tale da poter essere proseguito, perché cominciavano ad essere registrati segni di sofferenza fetale. Con dolore fisico e psichico il lungo travaglio si era concluso con un parto cesareo urgente.
Sotto l’effetto dell’anestesia prima, e degli antidolorifici dopo, erano trascorse molte ore, e, quando la mia mente ha cominciato a poter formulare un pensiero, mi sentivo lontana, in un tempo di cui non avevo cognizione e mi chiedevo dove fosse quel mio bambino che non avevo ancora mai visto, ma che, evidentemente, era già nato.
Poi, finalmente, dopo varie richieste ed altre ore, me lo hanno portato. Ed io l’ho conosciuto, per la prima volta. Mi è sembrato un bambino, con tutta la tenerezza possibile che ogni bambino possiede, ho riconosciuto dei tratti familiari, è vero, che forse, però, in quel momento, avrei riconosciuto anche in un altro bambino, ed ho imparato poco per volta a sentirlo il mio bambino, in un processo che è cominciato in quel momento e che continua giorno dopo giorno.
Lì sì, mi ha molto aiutato il suo istinto di sopravvivenza, il suo assaggiare per la prima volta il mio latte e il suo riconoscerlo dopo, che mi ha fatto sentire come la persona di cui, lui, in quel momento, sapeva, meglio di me, di avere bisogno per vivere.
Ed il pensiero che ho formulato in quel momento, con la chiarezza di quegli attimi in cui senti di stare imparando qualcosa di unico, è stato che io, quel bambino, lo avrei amato comunque, che si può amare un bambino a prescindere dal fatto che sia il proprio.
Che il diventare genitori s’ impara poco per volta, e che essere genitori non significa amare solo i propri figli, ma i figli in genere.
E che essere genitori è una condizione che si può avere a prescindere dalla presenza o meno dei figli e, viceversa, che la presenza dei figli non è una condizione che sancisce il diventare genitori.
Ma questo è un argomento che richiederebbe molto spazio e tempo per avviare una riflessione comune e complessa.
Per tornare all’aspettativa, che nella sua definizione è invece: l’attesa, a proposito di un fatto vantaggioso a lungo desiderato, auspicato; quindi previsione, per lo più ottimistica,
io credo che una condizione di base, utile all’incontro, possa essere la curiosità dell’altro, del figlio, del nuovo arrivato e di noi stessi; un ri-conoscerci in questa nuova fase della nostra vita, curiosità di come noi stessi ci rapportiamo a lui.
Curiosità e possibilità di rivisitazione, alla luce dell’esperienza, di tutte le cose che ci eravamo immaginate, di quella che è stata la nostra esperienza da bambini, le nostre nuove reazioni, i momenti nella famiglia neo-nata, il nuovo legame che si crea col partner, il rapporto che si stabilisce con gli altri membri della famiglia e con la società.
In agguato può esserci l’idealizzazione, l’idea che il figlio cambi in meglio la nostra vita, che la completi. Fatti veri ed augurabili, ma ai quali si arriva non senza fatica, soprattutto se, come succede nel caso dell’adozione, quel bambino ha già vissuto, lunga o breve che sia stata, una esperienza di separazione con la quale farà i conti per tutta la vita.
Perché in quei casi ci potremmo trovare di fronte a bambini che contattano, poco o troppo, le loro emozioni, con i quali il tempo, la comprensione, l’attesa,  la tolleranza delle frustrazioni, sono elementi ancora più indispensabili.
L’aspettativa riguarda certamente anche loro. E i bambini adottati partono da un dolore, vicino o lontano nel tempo, consapevole o no, che hanno già vissuto. Per loro qualcosa non ha funzionato come per gli altri bambini; hanno dovuto accettare o dovranno imparare che alcuni adulti non vogliono o non possono tenere i loro figli o che alcuni luoghi del mondo, che pure li hanno originati, non sono adatti per crescere i bambini. Io credo che questi concetti siano già difficili da pensare ed accogliere  per noi adulti e che, in un bambino, possano essere laceranti.
Immaginare cosa possa essere l’aspettativa  per un bambino che ha conosciuto, in qualche modo, tutto questo, io non lo so.
Forse, di volta in volta, e di caso in caso, andrebbe compreso, sperando che il desiderio dell’altro, di amare, di essere amato, sia rimasto vivo in quel bambino, e si sa che i bambini hanno moltissime risorse, e che non sia troppo coperto dalla compiacenza che può rivestire fintamente la rabbia e il dolore che, probabilmente e, fisiologicamente, quel bambino può provare e che non riesce a farci vedere.
L’incontro può dunque non essere così idilliaco, come lo avevamo immaginato e l’attrezzatura che ci occorre per procedere in un percorso così speciale, deve essere in costante manutenzione.
Con questo termine intendo dire che gli aspetti dell’impotenza, della delusione, del dubbio, dell’incapacità devono essere presi in considerazione in modo continuativo.
Gli sforzi incredibili ed i fallimenti per arrivare a quel bambino che pure tanto amiamo, ma che ci appare lontano, incapace di esprimersi o con un modo suo di farlo, che ci appare oscuro ed impervio, devono essere tenuti in conto e non causarci un avvilimento tale dal farci desistere dal continuare a cercare un contatto.
Questi sentimenti non devono, però, neanche essere messi a tacere dentro una parte di noi, liquidata come fallimentare, ma trovare un loro spazio per esprimersi, fuori dai sensi di colpa e dalle generalizzazioni.  Si deve e si può trovare un modo per potercene occupare.
Certo, se questo costante lavoro di manutenzione e riflessione sul cercare di comprendere il senso delle cose che accadono, senza sentirsene schiacciati, lo si fa in due, con il contributo così diverso e complementare, degli aspetti maschili e femminili di una coppia, e con l’aiuto di una famiglia intorno, il risultato è sicuramente più arricchente e di sostanzioso per tutti, edavvia un precedente sul quale poter fare affidamento anche in futuro: quel senso di famiglia che, senza negare le difficoltà, le può accogliere, e, nel migliore dei casi, comprenderle ed affrontarle.

Dott.ssa Mara Siragusa


*Letto il 26 Novembre 2011 nell’incontro con l’Associazione  “Genitori si diventa” presso il Laboratorio Psicoanalitico “Vicolo Cicala”, Messina.

 


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