“Il soggetto nascosto. Un approccio psicoanalitico alla clinica delle tossicodipendenze”

di  Correale, Cangiotti, Zoppi

Una lettura a ritroso

Vi presento la mia lettura del libro Il soggetto nascosto. Un approccio psicoanalitico alla clinica della tossicodipendenza di Correale, Cangiotti, Zoppi. Ho cominciato dall’ultimo capitolo, quello sulla formazione, e poi sono andata  alla prefazione e ho letto il libro in ordine. In certo senso per coincidenza mi sono trovata a fare una lettura a ritroso, come propone l’autore quando suggerisce  di andare dalla malattia al sintomo, cioè dalla tossicodipendenza conclamata- la malattia- al significato e dunque al soggetto.

Perciò il libro si intitola il soggetto nascosto e  l’approccio terapeutico consiste proprio nel cercare-trovare il soggetto nascosto sotto le pesanti e alienanti conseguenze della dipendenza.

Vi dirà Antonello Correale la sua idea di Soggetto. Il metodo o meglio l’ottica è quella psicoanalitica, non come tecnica di cura ( nella sua forma classica) ma come visione dell’uomo e della psicopatologia.

Indagare il primo incontro con la sostanza, come la prima volta in cui un sintomo si presenta e inquadrarlo in un contesto più ampio e più preciso possibile è il nostro  metodo. Dopo è un’altra storia, o meglio nessuna storia, perché le storia la fa la sostanza, a cui la persona ormai soggiace.

L’argomento del libro interessa tutti, in quanto formatori, in quanto psichiatri e psicologi e in quanto esseri umani. Le promesse della droga – dai paradisi artificiali alla falsa onnipotenza –attirano da sempre tutti gli uomini. Mai come oggi tuttavia il fenomeno ha assunto una dimensione così preoccupante, tale da convocare una molteplicità di competenze e di interventi, ma  anche di rilanciare, riattualizzandoli, i nostri strumenti epistemologici  e clinici. Correale nota che nessuna fuga dalla realtà è disgiunta dall’entrata in un nuovo mondo, non c’è una senza l’altra. Una volta che il soggetto si è smarrito nell’addiction,perdendo la sua libertà nel rapporto con la sostanza che occupa tutta il suo mondo fisico mentale e relazionale,  è diventato solo un tossicodipendente, e così viene recepito e identificato. Il tossicodipendente malato è uno che ha fatto una scommessa di onnipotenza e che l’ha persa. E’ un trasgressore e un perdente insieme. Ispira paura, pena, rabbia, allarme sociale e impotenza. E’ ai margini del mondo. Persino ai margini della psichiatria ( che è pure il territorio degli esclusi ). Almeno che non abbia una “doppia diagnosi”, quando non è proprio possibile negare la sofferenza mentale,  ma deve essere così evidente da esprimersi in una forma riconoscibile secondo i criteri del DSM, altrimenti il tossico è solo un tossico, uno che non è riuscito a gestire il rapporto con la sostanza senza farsi annullare.

Questo libro, che non ha niente del trattato, ma richiama piuttosto uno di quei testi guida da portare con sé o da tenere sul comodino, è molto prezioso per la saggezza che emana e che tra l’altro Correale cita come uno degli obiettivi a cui tendere nella formazione. Non c’è niente di ridondante, nulla da saltare, non una parola di troppo. Tutto è accurata distillazione di studio e di esperienza professionale  e umana, di  una vita fondata sul rapporto con l’altro sofferente, comprendendo con altro sofferente anche le proprie aree di dolore psichico che entrano in risonanza nel rapporto con l’altro e che transitano nel campo.

La  clinica delle tossicodipendenze si appoggia nella sua costruzione a  tutti i grandi temi trattati negli anni da Antonello Correale: le patologie gravi,  il  trauma e relazioni traumatiche. E poi il corpo, il reale, i legami. La psicopatologia psicoanalitica si arricchisce dell’apporto della fenomenologia e ciò conferisce un ampio respiro e una particolare cifra nell’ascolto.

Tra l’angoscia e il desiderio

Correale a proposito del soggetto dipendente capovolge la consueta idea di un vuoto da riempire, ricostruisce invece  una dinamica in cui la persona si dibatte tra l’angoscia e il desiderio, tra le identificazioni- necessarie ma anche alienanti- e uno spazio per sé stessi, uno spazio occluso. Il soggetto è “nascosto” fino a ridursi a  un resto schiacciato dal peso degli altri divenuti pezzi di se stesso, suo malgrado e a sua insaputa. Legami troppo vincolanti che lo intrappolano, da cui non riesce a liberarsi ed allora, forse per sfuggire ad un annientamento, ad una espropriazione, cerca un rimedio, che può essere- tra gli altri- anche l’ assunzione di sostanze.  Un soggetto troppo pieno ( dunque poco soggetto), pieno di oggetti interni troppo ingombranti, richiedenti, a cui la persona soggiace. Con l’assunzione di sostanze  cerca allora di crearsi uno spazio, di liberarsi, di svuotarsi, di andare lontano in una ricerca di libertà in cui non c’è più né l’altro né sé stesso. Né l’altro vincolante né il sé soccombente.

Indubbiamente le tossicodipendenze  sono patologie gravi, per il corpo, per la mente, per l’individuo e per la società. E la terapia?

È difficile curare un tossicodipendente, sia  per motivo oggettivi che soggettivi. L’urgenza medico-psichiatrica, la pericolosità della vita reale, l’inevitabile intreccio con questioni legali, e dunque l’intervento di molti altri nella scena terapeutica non incoraggiano anzi sconsigliano la scelta della psicoanalisi come terapia.

Un approccio psicoanalitico alla clinica delle t.d

Gli autori specificano infatti che non si tratta di proporre la psicoanalisi  come cura, ma come campo osservativo e come visione dell’uomo e di tutto ciò che lo riguarda. Come vertice psicopatologico che non vuole rinunciare a cercare un senso, un significato. Una psicoanalisi in cui si respira anche la fenomenologia.

Il borderline- qui assunto  come modello di base –è caratterizzato dalle relazioni traumatiche. Per effetto del trauma il mondo perde la sua evidenza naturale, gli eventi non sono più interpretabili, non hanno  “senso” e ciò sconvolge la mente umana. Il non senso trascina rabbia e   ostilità verso il terapeuta. Tuttavia la  rabbia contiene la speranza. Correale propone il concetto di transfert come spazio tra ripetizione e speranza. Molto dipende per questo movimento dalla nostra capacità di essere oggetti di transfert, funzionali al transito e co-soggetti di una relazione che può essere trasformativa solo nella misura in cui ci facciamo attraversare.  Se siamo buoni veicoli, se lasciamo transitare in noi stessi i vissuti del paziente  ( e i nostri corrispondenti o complementari) senza lasciarci distruggere e senza ritorsioni, forse alla fine si può contrastare quella spinta alla coazione a ripetere che può avere esiti tanto distruttivi.

I tre piani della formazione.

Torno all’ultimo capitolo. Mi ha incuriosito il titolo: i tre piani della formazione.

Li riassumo:

1) la psichiatria oggi è un arcipelago, c’è poca comunicazione nelle aree di confine,

2) la dinamica delle istituzioni e l’appartenenza a un gruppo: si tratta di influenze fortissime,  nel bene e nel male.

3) la formazione personale.

L’autore  affronta il tema della vocazione: perché abbiamo scelto questo mestiere? E’ importante porsi la domanda e cercare la-le risposte che oscillano tra spinta etica, istanza riparativa e compulsività. Fondamentale è riconoscere che ci sono aspetti di sé da curare attraverso la cura degli altri: ”come  un modo di venire a capo di qualcosa che altrimenti resterebbe in sospeso dentro di sé”.

A. Correale conclude con concetto che richiama la filosofia antica: la saggezza

Il terapeuta è come un convalescente che ha conosciuto la malattia e lo star bene. L’autore ricorda Ogden che,  citando un poeta,  parla di “quelli che conoscono la notte”. Se abbiamo conosciuto la notte o meno fa la differenza.

Come si può sviluppare la saggezza?

Correale suggerisce:

1)  Attenzione ai particolari.

Anche Bollas richiama l’importanza dei dettagli,  non conosciamo le persone dai loro discorsi o dalle loro opinioni altisonanti ma dai dettagli, dal loro quotidiano, da ciò emerge il carattere o, come lui lo chiama, l’idioma personale.

2)  Controllo.

Si parla tanto di spontaneità ma col soggetto  grave bisogna fare attenzione a non invadere a non urtare a non sottovalutare il peso di una parola o di un gesto scorretti. Nelle istituzioni si osserva frequentemente  come parole o azioni di operatori poco consapevoli possano scatenare una crisi.

3)  Meditazione. Ci occorre un tempo supplementare per pensare dopo, non nel senso di rimuginare ma di creare uno spazio, fare decantare incontri, emozioni, vissuti, alloggiare nuovi pensieri e associazioni.

 

Concludo richiamando l’importanza del gruppo. In esso tutte queste funzioni possono svolgersi e ampliarsi nel confronto e nel sostegno reciproco.

 

Buona lettura

Diletta La Torre


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