Sabrina Crisafulli – Università degli studi di Padova

11c

“I LUOGHI CHE PARLANO ”

Pareti chiare e una luce che non interrompeva mai le intenzioni, le sensazioni o le parole.
Con rigore, cercavo negli occhi di chi entrava li, il senso di quello che in cinquanta minuti succedeva. Qualcuno veniva li per mentire o per dire tutta la verità, veniva per piangere ogni sua colpa o solo per cercare significati a cui spesso non sapeva dare significato, veniva per guardare se stesso ad uno specchio con occhi diversi. Non ho mai capito fino in fondo perché chiunque venga qui, varcando la soglia respiri profondamente, alcuni forse per timore altri per la voglia, e si porta dietro l’afflizione di chi sta cercando qualcosa senza sapere bene ne cosa, ne come fare a trovarla. Sono stati comunque attesi, fino ali ‘ultimo loro minuto. Perché qui il tempo è stato loro. Anche quando non hanno voluto concedersi. A volte passi timidi, oppure troppo decisi di chi inizia un viaggio che non sa quando finirà, o dove lo porterà. Mi sembra di vederli, hanno con se bagagli e souvenir di una vita da ascoltare. Sono certa di averli visti arrabbiati, stanchi, senza parole o felici. Vengono vestiti e intanto che il tempo passa restano nudi. Sono certa di averli visti nudi, nudi come i bambini quando vengono al mondo. Ma venivano al mondo per una seconda volta, proprio tra queste pareti. Non c’è nulla di familiare qui, reputo a volte sia poco accogliente. Per alcuni è un “non luogo “, dicono per la sua neutralità, che non comunica nulla sull ‘identità di chi è li dentro. Nessuno di una tela bianca direbbe questo. Ecco allora, questo luogo è una tela bianca, è li per significare qualcosa non per esserlo. Credo invece suggerisca silenzio, riflessione, attenzione, attesa. È un luogo in continuo divenire. Anche lo specchio non riflette sempre la stessa immagine. È certo che chiunque sia passato da qui, ha lasciato qualcosa di suo. Ha riempito la tela, del colore che più lo rappresenta, compiendo la forma più significativa. Ha creato un significato per questo luogo, cosi da essere sempre differente.
Chiunque sia passato da qui ha lasciato un colore sulla parete, un sogno su quel taccuino, e ha portato via qualcosa. Una sensazione, uno sguardo, una parola nate dallo sfiorarsi di due o più individualità.
Credo che, ci sia un odore particolare, odore di segreti, odore di debolezza, di rimpianti e rimorsi. E poi e ‘è rumore di vita. C ‘è il movimento che fa la vita quando oscilla verso il passato per rigettarsi nel futuro. C’è la danza di due anime che intendono parlarsi, che devono decidere un ritmo nell’ascolto e nel dialogo, e poi c’è la forza, la consapevolezza o la resa di quelli che non dovranno più ritornarvi. Chissà quante volte sono stati delusi, e quante volte invece si sono sentiti capiti o semplicemente considerati. So che qualcuno, correva per non tardare, impaziente, bisognoso. Ho aspettato soprattutto quelli così. E con la stessa calma li ho visti andare via.
Quando andavano via, lasciavano un gran baccano. Un vociare. Lasciavano i loro pensieri qui, a rincorrersi, a dimenarsi con le paure, con i ricordi, con le volontà. Sapendo che li avrebbero ripresi la volta successiva, e allacciati a quello che, di nuovo, sentivano. Fin quando tutto non avrebbe trovato il suo posto. Fin che non avrebbero saputo dare loro un senso. Fin che non avrebbero saputo vivere.
Era solo una stanza, per anni l’avevo trattata, come tale. Vi entravo continuamente. Era il luogo dei miei soliti gesti, ma adesso sembrava un luogo sacro, quattro pareti, un tappeto, due poltrone che non potevano mai osservarsi, ma che avevano sempre qualcosa da dirsi. Fino a quel momento non avevo mai pensato a quanto quel luogo mi rappresentasse nonostante fosse rigorosamente spoglio, non avevo mai pensato che in quel luogo sono state raccontate un milione di storie, da quel luogo erano passati il passato e il presente. Si cercavano, si rincorrevano, forse volevano solo creare il futuro. Ho sempre creduto che chiunque entrasse qui, avesse da “far pace” con qualcuno, dovesse per cosi dire riconciliarsi con qualcuno. A volte era una madre troppo presente, a volte è stato un padre assente, una sorella a cui rimproverare qualcosa, un morto ancora vivo o un vivo che volevano uccidere. Sono stata quella madre, quel padre o la sorella, o quel destino contro cui urlare tutto il proprio dolore. Tutti comunque finivano riconciliandosi con se stessi, perché il passato ci appartiene. Per quanto a lungo possiamo sfuggirgli, non sarà mai cosi lontano da noi, a meno di aggiungergli qualcosa di differente. Per anni sono entrata li dentro trafelata, appoggiando in fretta taccuino e penna per prepararmi all’ascolto, lasciando fuori da quella stanza, tutto quello che mi apparteneva senza accorgermi del tutto quanto quel luogo sobrio fosse già pieno, cosi pieno da fare un fracasso incredibile nonostante il silenzio.
In pochi secondi avevo in mente i volti e l’espressioni di tutti quelli che vi erano entrati, i momenti solo miei, in cui tra un’anima e I altra, tiravo le fila di ciò che avevo ascoltato e detto fino a quel momento. Vedevo le impronte delle loro mani, stampate con colori brillanti su quelle pareti, che adesso non mi sembravano cosi discrete. Quelle impronte erano il senso di tutto. O comunque il senso di me. Di una vita. A volte in questa stanza ho creduto di morire, schiacciata e attraversata dai pensieri, dalle sensazioni e dalle fantasie. Sembra che in alcuni momenti tu non riesca a capire quali ti appartengono veramente e quali no.
Alcuni non appena entrano in una stanza, cercano qualcosa che dica di più di noi, foto, quadri. Qualcosa che dica chi siamo, cosa sentiamo davvero. E non puoi trovare questo appeso ad una parete ne riflesso su un immagine. Un agenda o un fermacarte, una finestra e delle tende con colori forti ma nessuna fantasia, qualche libro in scaffali e cassetti, è tutto quello che ho visto per treni ‘anni. È tutto quello che hanno visto di me e ora sapevo perché. L’inconscio è ingombrante. È esso stesso un luogo. Un seminterrato. Quel luogo in cui tutto viene raccolto. Anche ciò che credevi di aver buttato, di non avere più. E poggiato li, accatastato su troppe volontà, verità e volti. Dovevo concedergli dello spazio, per agire, per urlare o per fare silenzio. Dovevo dargli un tempo, e insegnargli un modo, per non distruggere tutto, per preservare anche quello che sembrava dimenticato o troppo doloroso, ma che stava lì ad aspettare. Non era da combattere, era da assecondarle. Voleva essere seguito come un gatto vagabondo per la via. E per quella via puoi andare solo se sai sentire oltre. A volte lo seguivo, altre invece, volevo mi seguisse. Sapeva certamente che avrei fatto in modo di dare un arrivo al suo girovagare. Forse lo voleva. Anche lui certamente, si sarebbe voluto fermare, riposare un po’. E cosi ho fatto. Dovevo affidargli un luogo in cui poter vagare. Gli avevo affidato quel posto che non c’è.


dalla nostra pagina Facebook

Un interessante appuntamento in cui la filosofia dialogherà con la psicoanalisi. ... Leggi per interoRiduci testo

4 giorni fa  ·  

Leggi su Facebook