Stefano Mauroner – Università degli Studi di Parma

8c

Luoghi e nodi
Lego al dito
La memoria corta
I giorni dai baci piccoli
la   premura    antica    di    canute
carezze
una casa minuscola per minute
certezze
C. B.


Memorie di un albero nudo
Cammino su di un prato ed un albero, come un obelisco, mi si impone. Sembra un totem, dal sapore antico. Lo guardo e mi sento piccolo nel silenzio che c’è intorno a lui. Penso a me piccolo, a mio padre e alle sue spalle lontane, grandi e alla mia testa rivolta verso l’alto, verso di lui. Ora, nello scrivere questo lavoro, mi domando se le associazioni di quel giorno siano state così casuali. Mi è tornato alla mente lo scritto freudiano “Totem e Tabù” (1913), nel quale Freud pone in parallelo ” i due comandamenti fondamentali del totemismo, – non uccidere il totem (padre) e non avere rapporti sessuali con una donna appartenente allo stesso totem- con i desideri primordiali del bambino -rivalità nei confronti del genitore dello stesso sesso e amore nei confronti del genitore del sesso opposto- che portano al complesso di Edipo.”
Freud, ricostruisce la genesi del totemismo riconducendola ad una situazione originaria caratterizzata da un’orda primitiva all’interno della quale il Padre possedeva tutte le femmine. Questa situazione avrebbe costretto i figli ad ucciderlo. Il tabù dell’incesto, quindi, è una conseguenza dell’alleanza tra fratelli destinata ad impedire il ripetersi di un conflitto grave per il possesso delle donne. In questo senso esso definisce il passaggio da uno stato di natura, caratterizzato dall’incoercibilità del desiderio sessuale, ad uno stato di cultura, caratterizzato da regole che rendono lecite alcune e non altre forme di realizzazione.
Allo stesso modo, il superamento dell’Edipo costituisce un passaggio fondamentale della crescita, perché l’onnipotenza, caratteristica delle fantasie consce e inconsce dell’infanzia, incontra il limite del divieto che costringe a rinviare il soddisfacimento delle pulsioni e a sviluppare desideri che, più tardi, dovranno essere rivolti all’esterno della famiglia, ossia verso ciò che verrà. Pertanto, ho scelto l’albero come luogo, perché incarna ed integra concretamente il passato con le sue radici, il suo essere ancorato a terra e il futuro con la sua presenza eretta, verso l’alto, verso ciò che è ignoto e sconosciuto. Il processo analitico prevede un viaggio di ritorno dalla memoria che permette l’apertura al sé autentico e futuro, dissestando così la persona dalla propria struttura difensiva. L’albero è pertanto il luogo del tempo circolare nel quale c’è una compresenza di passato e futuro, di terra-radice e di cielo-possibilità. Fernando Riolo, con un’altra metafora, racconta lo stesso concetto: la temporalità del processo analitico “non sta solo nella dimensione orizzontale della successione e della durata […] ma nella contemporanea dimensione verticale del tempo “che passa” per dove è già passato e per dove non era ancora passato, tornando indietro e avanzando. Ho chiamato questo percorso “bustrofedico”, cioè alla maniera dei buoi che arano.”
L’incontro, come ricorda Monica Fabra (1999), anche con un luogo, aggiungo io, è l’occasione per attivare il processo appena descritto; è l’evento più rivoluzionario nella vita di una persona, perché quando l’incontro avviene non si è più gli stessi di prima, lascia il segno.
Sono convinto che a volte siano i luoghi a riconoscerci. Camminando in un determinato spazio e tempo, a volte assale qualcosa di perturbante, freudianamente inteso come qualcosa di familiare ed estraneo al tempo stesso: all’improvviso una nuvola, un albero, un lago ti rimandano al passato. Il corpo si arresta stupito e confuso in un déjà vu, con la sensazione erronea di aver già visto quell’immagine e di aver già vissuto quell’esperienza di luogo.
L’albero della foto è nudo, ha la corteccia “screpolata”, dentro nel tronco gli anelli che gli danno l’età. I segni sulla “pelle” sono le sue rughe d’espressione, lo sento come un anziano signore che ha una lunga storia da raccontare; ha tolto le difese ed è pronto ad affrontare le esperienze della vita, le cicatrici, i dolori e i ricordi.
Penso ad Ester Bick (1968) ed alla pelle definita come un contenitore della parti del sé del bambino. I luoghi sono per l’individuo dei grandi contenitori che riattivano o ricordano alla persona “pezzi” e “parti” della sua esistenza; fungono da cassa di risonanza per il mondo interno. Ritengo che il mondo di emozioni, fantasie inconsce e sogni venga profondamente nutrito e scoperto nel contatto con la profondità di certi luoghi e questo incontro favorisca l’apertura a quello che Dina Vallino (1998) definisce “luogo immaginario”, “un luogo che non ha ancora luogo, un luogo ipotizzabile, le cui coordinate sono fluttuanti; è però fondamentale perché consente viaggi […]con le caratteristiche della scoperta, senza persecuzione”.
L’albero, quel giorno, è stato per me un “trampolino” da cui sono partite fantasie e sogni ad occhi aperti, un incontro nuovo, in cui in realtà ho incontrato anche me stesso. Monica Fabra (1999) ricorda che: ” la disponibilità all’incontro è disponibilità ad “accorgersi”, a “ri-conoscere”, alla consapevolezza dunque; ciò comporta l’abbandono delle difese strutturate a rassicurazione e garanzia del mantenimento di un’omeostasi confusiva e indifferenziata, baluardo contro il dolore della separatezza, dell’assenza, della mancanza.” L’incontro, infatti, non è mai incontro con ciò che
si   desidera;   l’incontro   vero   comporta   una   rinuncia   al   desiderio   preesistente,   alla   ricerca narcisisticamente orientata di ciò che si vorrebbe fosse l’altro o il futuro.
“Ogni uomo deve saper sognare un’esperienza mentre gli capita, sia che gli capiti nel sogno, sia che gli capiti da sveglio”. (Bion 1965)
Bibliografia:

  1. Bick, E., (1968), “L’esperienza della pelle nelle prime relazioni oggettuali”. In: Bonaminio
    Vicenzo e laccarino B. (a cura di), L’osservazione diretta del bambino. Boringhieri, Torino
    1989
  2. Bion, W., R., (1965), Trasformazioni. Il passaggio dall’apprendimento alla crescita.
    Armando, Roma 1973
  3. Fabra,M., “// quando dell’incontro “(dibattito “Femminile e Maschile: l’incontro?), gli
    Argonauti XXI, 83 ppgg. 315-339 – CIS Editore 1999
  4. Freud, S., (1913), In: O.S.F. Bollati Boringhieri, Torino 1977. voi. 7
  5. Riolo, F., (2000), “Afanisi dell’inconscio”. In: Direttivo del Centro Milanese di Psicoanalisi
    Cesare Musarti (a cura di), L’inconscio prospettive attuali. Tipografia monzese, Monza 2000
  6. Vallino, D., (1998), Raccontami una storia. Dalla consultazione all’analisi dei bambini.
    Boria, Roma 1998

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