Maria Valeria Affinita- Università degli Studi di Messina

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C’è un silenzio del cielo prima del temporale, delle foreste prima che si levi il vento, del mare calmo della sera, di quelli che si amano, della nostra anima, poi c’è un silenzio che chiede soltanto di essere ascoltato. (R.Battaglia)
Alcune esperienze di vita mi hanno portato, spesso, a “fare i conti” con la solitudine, con quel senso di vuoto e di abbandono che pervade fino ad annichilire l’anima, lasciando poco spazio alla “libertà di poter essere”.La “perdita dell’oggetto” da cui deriva un inevitabile senso di vuoto e quindi di solitudine, è un aspetto essenziale della vita di una persona e la conseguenza più difficile alla quale si deve andare incontro è attraversare il “lutto” elaborando tale assenza.
La solitudine è considerata soprattutto, come sentimento triste collegato alla perdita, all’isolamento e al rifiuto, ma non solo: la solitudine diventa serena e gioiosa in virtù del fatto che stare soli con se stessi rinvigorisce l’anima e getta le basi per fare emergere la potenzialità creativa intrinseca.
Nell’ottica psicoanalitica, D.Winnicott ha ampiamente discusso sul concetto di solitudine e ne ha apprezzato il valore. In un lavoro pubblicato nel 1957, intitolato La capacità di essere solo, egli espose il punto principale del suo contributo: tale capacità si sviluppa dall’ “antica” relazione madre-bambino, nei primi stadi di vita quando l’infante fa esperienza (paradossalemente) della solitudine in presenza della madre stessa; scrive Winnicott: “soltanto in presenza di una madre giustamente e altamente responsiva, assidua e presente, il bambino via via potrà interiorizzare la figura della madre stessa, e quell’ambiente benevolo che lo circonda e che gli da sostegno, cure e amore. Cosi, l’Io del bambino, in uno stato di strutturazione e di organizzazione, interiorizza sempre di più un ambiente protettivo e benevolo, che consente al bambino di restare effettivamente solo e vivere in armonia e senza angosce”. Così, poste queste basi, da adulti, sarà possibile tollerare la frustrazione e il disorientamento proprie della solitudine senza “disintegrarsi e destrutturarsi”, senza il tormento dell’angoscia derivante dal senso di vuoto e di perdita.
Un’altra lettura psicoanalitica sulla condizione di star soli in presenza di qualcun altro, si può rintracciare anche nella relazione analitica, tra paziente e terapeuta. Winnicott sostiene che nella maggior parte delle sedute analitiche, per il paziente è molto importante attraversare dei momenti di silenzio o addirittura “impossessarsi” di un’intera seduta silenziosa; cioè, in questo stato, il paziente sta conquistando qualcosa per sé e l’analista “viene invitato” ad accogliere questo silenzio , ridefinendo da un lato, il legame tra interpretazione e silenzio e, dall’altro lato, favorire la creatività del paziente stesso. Secondo quanto detto, l’analista sa bene cosa sta succedendo, “osserva” il silenzio e “sacrifica” il proprio sapere affinchè possa darsi spazio per il paziente. La condizione di vivere con pienezza l’esperienza della solitudine, fa si che il soggetto la “utilizzi” per mettersi in contatto con il proprio sé, con le proprie emozioni e trarre solo da essi la propria felicità.
Anche lo psicoanalista Jean-Michel Quinodoz, nel libro intitolato “La solitudine addomesticata. L’angoscia di separazione in psicoanalisi”(1992), paragona la solitudine ad un’ “area addomesticata”, per imparare a star bene anche da soli con se stessi (come nel caso della volpe del Piccolo Principe). A tal proposito, spesso, ci troviamo immersi in relazioni fragili e insoddisfacenti, pur di sfuggire al “flagello” della solitudine, imponendoci la presenza dell’altro ad ogni costo. L’unica via d’uscita, allora, sembra quella di imparare ad apprezzarla per autoanalizzarsi, prendersi cura di se stessi per capire, davvero, cosa si desidera, rispettando anche la solitudine dell’altro e “offrirsi” per costruire legami autentici.

 


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