Diego Quattrone – Università degli Sudi di Messina

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Non era notte e non era giorno quando lasciarono la taverna, le donne e il vino. Perimene si scosse: “E’ fredda la notte ed oscura?”
“E’ fredda”, rispose Euriloco, “ma non oscura. Una sottile nuvola grigia si allarga lontano e al di là della sua ombra si rivela il ciclo”.
“Ulisse è rimasto indietro”, riprese Perimene, “ancora dormiva dopo il chiassoso litigio col sacerdote”.
“Non ne sono certo. Quel ladro di cose divine a volte fìnge di dormire adirarsi e urlare, quando crede di essere solo, si acqueta cullato dalla mamma che estrae dalla cassettina”. Scesero nell’acqua e salirono sulla elegante bireme. L’uomo di guardia li informò che Ulisse aveva trascorso l’intera notte a tracciare la rotta per passare indenne tra Scilla e Cariddi. “Non vi rimprovererà per il ritardo.”, aggiunse, “sta parlando col genio e non vi vede e non vi sente”. “Col suo genio?” chiese Euriloco.
La guardia sbuffò “Col tuo, col suo, col nostro, mica è personale. Il genio è un visitatore incomprensivo e subdolo, al quale devi comunque obbedire, anche se puoi non gradirlo o sospettarlo d’inganno. Le sue visite sono un privilegio e una condanna, eppure se lo incontri devi subito chiudere gli occhi, perché forse non ti si presenterà un’altra occasione simile di imparare”.
Ulisse aveva tre anni. Seduto sulla pietra dell’atollo, desolato e solo, guardava nella laguna i pesci, di volta in volta amici o ostili, che conosceva uno a uno. Una lunga figura paludata e nera salmodiava e a tratti si interrompeva per interrogarlo sul segreto della preghiera e della sepoltura.
L’Essere attese che si allontanasse prima di raggiungerlo. Era una cosa immensa, che quasi toccava il soffitto, composta stranamente di carne nuda e di pelle, e terminava in una specie di testa rotonda, ma senza faccia, senza capelli, e con solo, proprio in cima, un unico occhio, che guardava fisso verso l’alto. Lo guardò a lungo, incerto, prima di constatare: “Sei tornato, dunque. Credevo che Cariddi ti avesse divorato”.
“Quando mi aspirò”, sussurrò il bambino “insieme ci aggrappammo all’albero di fico, che cresceva rigoglioso all’entrata della grotta in cui si nascondeva, cosicché quando ella vomitò l’albero, ci mettemmo in salvo”.
“L’avevo dimenticato” riprese l’Essere, “ma ora finalmente ricordo di averti ammonito a non uscire dalla laguna per affrontare i pesci grandi e sconosciuti del mare aperto.”
Lo interruppero hgli occhi grandi del bambino “Allora mi hai convinto e forse no. Non sei un uomo e non sei un pesce. Non sei mortale e non sei eterno. Porti dappertutto i segni di questa infelice indecisione. Sai almeno dirmi l’ora?”.
La divinità che era stato un pescatore si fece torvo e dopo avergli dato uno sguardo furtivo guizzò dalla tolda e si confuse con gli abitanti dell’atollo, che lo accolsero a gran voce svegliando Ulisse.
Il vecchio mentitore scosse il capo mentre le immagini oniriche svanivano rapidamente e coloravano parole che non aveva pronunciato né ascoltato: “Un breve sogno e ci destiamo eterni. Non ci sarà più morte. E tu, morte, morrai”. “Cosa borbotti, figlio di Laerte?”
“Pensavo a Orfeo”, mentì Ulisse, “che sfuggì alle canore e perfide Sirene coprendone la voce col suono della cetra, sino a farle precipitare nelle onde tramutandole in scogli. Sono morte, eppure noi uomini continuiamo ad averne paura”.
“Attento Perimene, lo ammonì Euriloco, tessitore d’inganni è costui. Mente sin dal nome, dicendosi figlio di Laerte, re di Itaca, mentre è figlio di Sisifo e di Anticlea, nonché nipote di Hermes. Si narra che Anticlea abbia detto ad Autolico, giunto ad Itaca poco dopo la sua nascita: “Dagli un nome, o padre”, e che quegli abbia risposto: “Nel corso della mia vita mi sono messo in urto con molti principi e chiamerò dunque mio nipote Odissee, che significa il Rabbioso, perché sarà la vittima delle mie antiche inimicizie”. E tuttavia ricorda, Perimene, di obbedirgli, perché se cerchi di negarlo, di censurarlo o di rimuoverlo, rinascerà inevitabilmente da qualche parte per affrontarti come un nemico invincibile”. “Dice il vero quando afferma che le Sirene sono scogli inerti?”.
“Forse dice il vero e forse mente, ma invero parla una lingua che non è viva e non è morta. Se gli daremo ascolto e chiuderemo gli occhi ci guiderà per una via stretta, ma non vedremo le stesse cose. Tuttavia se non gli crederemo andremo comunque incontro a un’altra morte.” Così parlando sedevano ai remi e facevano biancheggiare l’acqua con le lisce pale d’abete, mentre tagliavo una grossa forma di cera hi piccoli pezzi con l’affilata arma di bronzo e li schiacciavo con le mani robuste. E ben presto si ammolliva la cera poiché la vinceva la grande mia forza, e lo splendore del Sole sovrano, figlio di Iperione. Uno dopo l’altro, la spalmai sulle orecchie a tutti i compagni. Essi mi legarono nella nave le mani e i piedi, stando io là ritto alla base dell’albero: e a questo allacciavano le funi. Poi si sedevano e andavano battendo coi remi il mare. Sentii le parole sfuggirmi di bocca eppure le pronunciai piano, per non farle giungere alle attente orecchie dell’Astuto: “Dicono che la creatura nera che chiama mamma e gli abbia aperto la porta dopo avere preso coscienza, sul suo abbrivio, della sua esistenza di burattinaio e di burattino”. “L’uomo saggio sa di essere inferiore ad essi e di doverne accettare i dettati con rassegnazione”. “Eppure Ulisse una volta ha sostenuto di avere aperto un’altra via”. “Fai silenzio, stolto, e non sfidare con l’arroganza gli dei”.
Tacquero, mentre dalla costa i greci di Calabria cominciarono a intravedere nella foschia ombre erranti di cavalieri. Ulisse governava la rotta verso la città nell’acqua e ne percorreva le strade, salutato dagli abitanti. Le funi lo stringevano all’immenso e fetido corpo squamoso di Glauco che era il palo della nave..
Alte e mugghianti si fecero le onde, aprendosi allo spaventoso assalto della insaziabile Cariddi e delle teste rabbiose di cani schiumanti che emergevano dal corpo di Scilla. Orribili Sirene agghiacciarono l’aria con canti di morte.
Ulisse libero dalle fimi guardava incantato queste meraviglie e sentiva la voce “Sono stato già qui, ma dove e quando non lo posso dire”. Morgana gli porse la coppa. “Sai, io sono morto”.
“Oh, ma io ti ho incontrato e non eri morta”. “Non si muore una volta sola”. “La vita e la morte sono la stessa cosa?”
“Dal lato della vita tutto è diverso, ma credi a chi è stato tra i morti”. “Credevo che dal lato della vita tutto fosse bello”.
“E’ bello o è diverso è la stessa cosa. Decidiamo di nascere da mille morti.”. “Io, come sono nato?” “Quando è morta un’altra persona”. ” E lei, quando è nata?”. “Dopo la morte di un’altra”. “Questo è accaduto?”. “Accaduto? nulla accade”.
Cari accostò le labbra al mistero dell’Eucaristia ma prima che potesse bere il medico gli intimò di tornare in sé. Aprì gli occhi e, contrariato di non essere morto, gli chiese il giorno e l’ora. E’ il quattro aprile 1944, blaterò il collega, fiero della vittoria. Carl lo guardò a lungo, quasi con tenerezza, prima di rivelargli che sarebbe morto al posto suo. Il dottore bofonchiava di allucinazioni mentre Emma e Antonia lo accompagnavano alla porta, sovrastata dalla pietra con la scritta “Vocatus atque non vocatus, Deus aderit” .

 


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