Valentina Salvini – Università degli Studi di Messina (menzione speciale per l’immagine)

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Nevrosi

“In termini generali,il contrasto tra l’aspetto dell’uomo per cui egli è un solo essere con tutti gli altri esseri e l’altro aspetto, per cui egli è separato e indipendente dagli altri, è all’origine della patologia mentale.”

Ignacio Matte Blanco

 

Nascosto in un angolo remoto dei Colli S. Rizzo, raggiungibile solo per tortuosi sentieri sterrati e a tratti melmosi, si erige l’inaspettato. Un lungo percorso boscoso e sterrato conduce ad un cancello bianco con ricami a forma di occhio umano, valicato il quale inizia una lunga, interminabile discesa nella vegetazione fitta dove, tra un tornante e l’altro, è possibile ammirare un lago artificiale a forma di aliscafo, svariati alloggi per quella che un tempo doveva essere la servitù, angoli di prato verde all’inglese ancora vivo ed impeccabile, una stalla per i cavalli e, in fondo, una cappella. Infine, sul pianoro che segue alla cappella, Villa Rodriguez si impone agli occhi in tutta la sua maestosità. Costruita nei primi decenni del Novecento, con i suoi lineamenti rinascimentali, probabilmente per mano dell’architetto Camillo Puglisi Allegra (lo stesso che progettò la Galleria Vittorio Binarmele e tanti altri illustri edifici messinesi), la Villa è una vera e propria opera d’arte il cui stile non è facilmente paragonabile a nessun altro monumento della città di Messina, un esemplare unico di bellezza, imponenza e, al contempo, atmosfera riverenziale. Impossibile non percepire il senso di timore che essa incute, la forte austerità che la caratterizza e che oggi, quasi nel tentativo di esorcizzarla, viene schernita da frasi scritte sui suoi muri interni, mai esterni; frasi derisorie non comuni, forti, di qualche gruppo di ragazzini che, imbattutisi in quella che doveva essere una prova di coraggio, si è rivelata qualcosa di più, quasi sopraffacente nella sua intensità. La Villa mantiene ancora oggi i pavimenti dell’epoca, le scale, le innumerevoli, inconteggiabili stanze, i corridoi infiniti e i sotterranei inesplorabili, le mattonelle delle cucine e dei bagni, un caminetto principesco in pietra e tanti terrazzi con eleganti ringhiere in pietra. Finestroni in stile gotico caratterizzano i muri laterali, e una fontana rotonda riempie il giardino innanzi alla facciata principale. Lontano, la città vive nascosta tra le gobbe dei colli e il mare, che dona uno splendido colpo d’occhio a chi si ricordi di mirare laggiù. Leopoldo Rodriguez, cui successe il figlio Carlo morto nel 1992, fu il fondatore dei cantieri navali Rodriguez, costruiti nel 1887 e sopravvissuti al terremoto del 1908, luogo in cui vennero progettati e fabbricati traghetti, imbarcazioni per la difesa e da diporto, ma la novità assoluta a livello nazionale fu la produzione dei primissimi aliscafi, da qui l’appellativo di Leopoldo Rodriguez come “l’uomo degli aliscafi”. Costui aveva dato vita ad un mondo personale, isolato e irraggiungibile all’epoca se non con mezzi all’avanguardia, tutto per sé, distante anni luce dalla vita cittadina cui, suo malgrado, apparteneva forse più di molti altri a causa della sua notorietà e del suo alacre contributo; un mondo innevato e ovattato dalla nebbia durante l’inverno, preda di una natura selvaggia in estate. Un mondo segreto dunque, a misura di Sé, ma allo stesso tempo, paradossalmente, affollato. Quanta servitù doveva infatti prestare i suoi faticosi servizi per proteggere la Villa e tutto il resto dalla ferocia degli agenti atmosferici e dalF avanzare impietoso del bosco, arginato con muretti in pietra molto pazienti. E chissà quante persone albergavano nelle decine e decine di stanze che si dispiegano sui vari piani, quante persone doveva riscaldare il maestoso camino e quante bocche sfamavano le immense cucine. E quanti segreti dovevano contenere i bui e stretti sotterranei, a misura di bambino. Questo atroce paradosso pervade la mia mente dal primo istante in cui metto piede a Villa Rodriguez, un luogo che parla più di quanto ci si sarebbe mai aspettato, oltre ogni aspettativa; un luogo in cui non ci si meraviglierebbe più di tanto nel vedere una finestra accesa di sera, un luogo dalle forti radici, in cui i vissuti di chi l’ha abitato soggiornano ancora colmi di vitalità nel silenzio che non intende tacere. Se è vero che nessuna casa viene mai abbandonata per sempre, Villa Rodriguez non lo è mai stata, essa vive con tutti i suoi conflitti interni, in quella che io percepisco essere una lunga, muta e paziente attesa, nella speranza che qualcuno torni a risolvere ciò che è stato lasciato incompiuto. Ed è così che sul ciglio di una delle tante porte troviamo Lei, Nevrosi, ad attendere il giorno in cui il delicato equilibrio tra l’essere nel mondo per gli altri e l’essere nel mondo per sé stessi verrà raggiunto; solo allora Nevrosi scomparirà, lascerà la custodia della Villa e non assurgerà più a ruolo di compromesso tra i contrastanti desideri di chi l’ha generata. Nevrosi è l’irrequietezza, l’insoddisfazione, il vuoto, la melanconia, il materializzarsi in carne ed ossa di una sofferenza psichica,sofferenza a volte destinata a vivere per sempre, negli arti infermi, nel vertiginoso moto delle cose intorno a noi, in un ventre dolorante, in tutto ciò che affligge il corpo e frantuma i nervi. Nevrosi ha inoltre un aspetto da bambina, perché è nell’infanzia che le radici dei futuri conflitti attecchiscono, nella storia personale di ognuno di noi, nelle esperienze traumatiche subite, nelle paure sviluppate, nel contenimento agognato e mai sufficientemente ottenuto, nei confini corporei e psichici mal delimitati. E’ la mia profonda curiosità che mi spinge ad immaginare il Sig. Rodriguez, al calar della sera, rinchiudersi tra le mura della sua Villa, con le luci soffuse, intento a dover fare i conti con l’oscurità dilagante del suo Inconscio che, bussando ai vetri delle innumerevoli finestre da cui era circondato, non trovò altro rimedio se non quello di fuggire, anche da lì, da quello che credeva essere, finalmente, il suo mondo ideale. Come sono sottili, alle volte, i nostri meccanismi di difesa, fragili come il vetro di una finestra, pronti a cedere nei momenti in cui l’uomo è messo alle strette, in cui deve fare un passo per cui non ha mai avuto le scarpe; e quando essi falliscono, Nevrosi si impossessa di un parte di noi alla volta, di una stanza di Villa Rodriguez per volta, fino a cacciarci via, nella sapiente attesa che possiamo ritornare, un giorno, a darle degna sepoltura, con la forza di chi non è più ignoto al proprio Io, né succube di se stesso.

“Un uccello da preda si è fissato dentro di me. I suoi arti sono penetrati nel mio cuore,il suo becco ha trafitto il mio petto, e il battito delle sue ali ha offuscato il mio cervello.”

Edvard Munch

Un grazie particolare va ali ‘amica Federica Siracusano, per aver posato.

 


 

Poche foto come questa mi hanno saputo dare l’idea di un passato glorioso e ingombrante che seppure in rovina non smette di far sentire la propria perturbante influenza e tiene in pugno le generazioni future.
Da un lato una storia illustre, ricca di genialità ed intelligenza. Qui aveva abitato l’inventore degli aliscafi.
Dall’altro lato la decadenza del luogo: gli arredi dispersi, una finestra per metà senza infissi, un campanello d’ingresso che non c’è più ed una buca per le lettere cui non poter affidare nulla.
Sulla soglia, come a guardia, c’è una giovane donna chiusa nella nosua bellezza e nel suo vestito d’un tempo. Non sorride e porta in braccio una bambola con vestiti d’epoca.
Gli abiti son molto ben tenuti mentre la casa intorno soffre molto di più i segni del tempo. Una atmosfera di quasi-vita si potrebbe dire con Betty Joseph. Oppure una situazione come con il Cappellaio Matto in Alice che aveva litigato con il tempo e per lui era sempre l’ora del tè. C’è un passato che stenta a passare. Aspettiamo che un giorno torni una mente visionaria che rimetta ali allo scafo del tempo.


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