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REPORT
a cura di Pasquale Cozza

Messina, 9 ottobre 2018

PSICOPATOLOGIA DELLA VITA IPER-PROTETTA
Riflessione psicoanalitica su Black Mirror, episodio Arkangel (4x2)

Serata di riflessioni al Laboratorio Psicoanalitico Vicolo Cicala. Il primo dei tre incontri sulla serie Black Mirror si è aperto con la proiezione dell’episodio Arkangel, cui è seguita una discussione sui rapporti iper-protettivi tra genitori e figli e gli effetti nefasti su comunicazione, pensabilità e panorama politico.
La simbiosi madre-bambino è oggi facilitata dall’utilizzo intemperato di smartphone e tablet, messo in scena dalla madre di Sara per mezzo del dispositivo che dà nome all’episodio; Arkangel, infatti, è un tablet d’avanguardia progettato per controllare i propri figli: permette di tracciarne la posizione, monitorarne i parametri vitali, guardare ciò che vedono e ascoltare ciò che sentono, ma soprattutto di oscurare immagini e suoni ritenuti inopportuni, sorbendo un effetto disumanizzante.
Benché estremizzate dall’Arkangel, le conseguenze dell’iper-protettività nell’episodio strizzano l’occhio alle dinamiche familiari e sociali che stiamo vivendo. La comunicazione tra genitori e figli e l’educazione sono delegate a dispositivi elettronici che arrestano l’intercedere del terzo nella relazione madre-bambino; il risultato è un rapporto simbiotico che rallenta la normale (re)individuazione degli elementi della diade e alimenta l’illusione di controllare e conoscere i vissuti dell’altro, sebbene in realtà il dialogo sia pressoché inefficace per la totale assenza di contatto umano ed empatia.
Benché l’Arkangel le permetta di guardare letteralmente attraverso gli occhi della figlia, la madre non riesce a cogliere il mondo interno di Sara. La fatica di comprendere empaticamente viene sostituita dal controllo ossessivo che sfocia nella dipendenza; l’insicurezza e la paura vengono mitigate non dalla comunicazione vis à vis e dall’educazione, bensì dall’esclusione – dal campo visivo e uditivo della figlia – degli stimoli considerati rischiosi. Alla vista del sangue si sostituiscono pixel sfocati, alla voce dell’amico che racconta una scazzottata si sostituiscono suoni metallici: l’effetto è quello di restituire un vissuto angosciante poiché non pensabile, precludendo l’interiorizzazione della funzione alfa.
Il comportamento compulsivo della madre di Sara (ma il discorso si potrebbe estendere oltre) è deputato a contrastare l’insicurezza e il deserto di solitudine con il quale si trova a fare i conti, fino all’estrema conseguenza di vivere la vita della figlia e assistere attraverso il tablet ai suoi rapporti sessuali. Diventa evidente l’invischiamento incestuoso e deviante: la paura di perdere Sara impedisce alla madre di interiorizzarla nel proprio mondo interno e pertanto di instaurare con lei un rapporto oggettuale sano, non orientato al controllo e all’abuso autoritario.
Il controllo abusivo recide i fili della comunicazione e rigenera simbolicamente un cordone ombelicale stavolta inossidabile, in quanto fondato sulla dipendenza. La madre dà alla luce una vita che potrebbe non nascere mai, irretita com’è nell’assenza di confini che collude con il dispositivo persecutorio Arkangel. Il pattern, come spesso accade, si ripete inconsapevolmente: il sospetto che Sara sia incinta spinge la madre a farle assumere a sua insaputa la pillola del giorno dopo: un’altra vita muore sul nascere, un’altra vita non prende mai il largo.
L’assenza di comunicazione, l’esercizio dell’autorità e l’educazione orientata al controllo pervasivo non lasciano spazio all’empatia, alla pensabilità e alla restituzione da parte della madre di elementi alfa. La funzione di rêverie che normalmente contribuisce al processo di individuazione, viene sostituita da un comportamento ossessivamente iper-protettivo che seleziona, sceglie, decide al posto di, ostacolando lo sviluppo del pensiero. Ciò spiana la strada a un mancato adattamento che impedisce il riconoscimento e il discernimento dei pericoli reali dai pericoli fittizi, e instaura sin dalla tenera età il bisogno di affidarsi completamente alle cure di un Altro.
Questo bisogno di dipendere dall’oggetto viene inizialmente depositato dal figlio nel genitore iper-protettivo, successivamente dallo studente nell’insegnante autoritario, e, infine, dal cittadino nell’uomo politico autocrate che da una parte crea un nemico immaginario (oggi il migrante) e dall’altra si offre difensore, dando vita alla grande illusione che un uomo solo possa sconfiggere un nemico fittizio e risolvere ogni problema, individuale e sociale, benché non vi sia alcun nesso di causalità.
L’alternativa a questo scenario prodotto da una storia educativa di iper-protezionismo, vede l’adolescente o il giovane adulto convogliare in gesti estremi. È il caso del pestaggio della madre da parte di Sara, avvenuto con il simbolo del rapporto invischiato, l’Arkangel. «L’adolescente», scrive infatti Galimberti, «deve uscire sbattendo la porta», altrimenti lo farà più avanti con l’autorità di turno mettendo in atto comportamenti patologici, antisociali, pericolosamente impulsivi.
Lo scontro generazionale è stato sostituito da pericolosi invischiamenti veicolati dal baratto di libertà in cambio di sicurezza. Che cosa ne è oggi del parricidio, del processo di differenziazione e della pensabilità?, in un’epoca in cui l’educazione – familiare e scolastica – addomestica l’individuo con l’illusione di proteggerlo. È necessario che i genitori sappiano tutto (e quindi niente) dei propri figli? Le nuove forme di controllo – ad esempio il registro scolastico online – promuovono un corretto sviluppo oppure facilitano le regressioni nei momenti di passaggio da una fase all’altra?
È necessario rivedere i rapporti intergenerazionali, a partire dai nuclei familiari sino al sistema scolastico. L’attuale logica simbiotica contiene al punto da inglobare, accorpa al punto da fondere gli elementi, conducendo a due alternative: regredire oppure rivolgersi a una figura assolutista. Due dati possono chiarire il quadro meglio di qualsiasi trasposizione televisiva: sette under 35 su dieci vivono con i genitori e il consenso elettorale è oggi a favore di un partito fortemente paternalista e dalla chiara deriva autoritaria.
«Nella vita pubblica», scrive Pasolini, «ci sono dei momenti tragici, o peggio ancora, seri». E questo è uno di quelli.
Pasquale Cozza
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1 settimana fa  ·  

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