Breve analisi su alcuni aspetti del film “Seconda Primavera” di F. Calogero

locandina

Intervento a cura di Donatella Lisciotto

Un lieve struggimento pervade lo spettatore impegnato a seguire le storie dei quattro personaggi di Benvenuta Primavera.

Il fil rouge della storia sembra essere la “probablità”, e l’ “intensità” dell’esistente.

Lo spettatore resta coinvolto non soltanto a livello attentivo ma soprattutto affettivo. Il film , di una delicatezza toccante, coinvolge per i temi trattati che rimandano e riattivano nostalgie espresse e non, conosciute e non ancora consapevoli, che abitano ognuno di noi.

Il tema della perdita e del ritrovamento (o dell’illusione del ritrovamento), del lutto e della nascita, dell’amore e della gratitudine ma anche della indifferenza e del narcisismo, dell’uso e dell’abuso dell’Altro, sono tutti temi che risuonano nello spettatore come perturbanti.

I diversi quadri meritano di essere analizzati con cura poiché ognuno di loro propone una complessità utile e mai banale che spinge la riflessione sul bisogno e sul desiderio, demarcando, ad un’analisi accurata, la potente differenza che intercorre tra di loro. Bisogno e desiderio non sono la stessa cosa, il desiderio è un sentimento vibrante che può sostenere gli aspetti creativi della persona, mentre il bisogno per lo più indebolisce e rende dipendenti.

La storia di Andrea e di Hikma, ma anche il converso, cioè la storia di Hikma e Andrea; quella di Riccardo e Rosanna e, ancora, di Rosanna e Riccardo, ci danno contezza di come all’interno delle relazioni amorose ci sia tanto oltre ciò che appare e che semplicemente chiamiamo “amore”.

E’ interessante infatti notare la “qualità” della relazione, la diversità dei sentimenti, che passa dall’uomo alla donna e dalla donna all’uomo, il grado di intensità, le sfumature emotive e, persino le percezioni, il cognitivo, l’esame di realtà. La trama della relazione si delinea effettivamente caratterizzata da taluni aspetti del maschile che spesso non si declinano con quelli del femminino e che rendono molto spesso il legame difficile e incomprensibile, ambiguo e deludente per entrambe le parti.

Il sentimento di bisogno che sostiene aspetti narcisistici della personalità dei personaggi maschili, Andrea e Riccardo che, seppur diversi tra loro, entrambi sembrano spinti appunto da un’inquietudine riconducibile al vuoto interiore, un vuoto lasciato per entrambi dalla perdita del legame con la compagna, della fine di un rapporto, che sia per vedovanza o per disillusione.

L’incontro tra la giovane tunisina e Riccardo colma illusoriamente e narcisisticamente un sentimento di mancanza, il bisogno di ritrovare un guizzo, uno slancio che renda la vita meno monotona e faccia sentire più “vivi”. Lo stesso sentimento che conquista Andrea che, crede di ri-vedere nella giovane ragazza la moglie incinta perduta misteriosamente. Ma Andrea non solo rivede la moglie perduta in Hikma ma ri-sente quella condizione di calore, di fiducia e benessere che si prova quando si ha accanto qualcuno che ci accompagna, che ci affianca.

I due uomini appaiono più fragili rispetto alle figure femminili probabilmente perché più illusi? Meno equipaggiati ad affrontare il dolore? La perdita?…

Rosanna e Hikma sembrano piuttosto definirsi meglio nel loro tormento, nell’inganno subito, nella gestione del loro dolore e della delusione, persino nell’affrontare lo smarrimento dei loro uomini. Appaiono figure più dense, più piene, tuttavia meno drammatiche di Andrea e Riccardo.

Un altro elemento interessante è lo scorrere del tempo che riprende anche il titolo del film.

Il tempo sembra essere un contenitore poco entusiasmante in cui si rincorrono le stagioni, cioè gli eventi, le cose del mondo, il natale, il carnevale e poi la pasqua, le vacanze estive , il compleanno, gli anniversari e di nuovo come in un giro di giostra, gli eventi diventano non più unici ma sommati in una pluralità stancante poiché senza ormai sorprese. Si attende ciò che già si conosce.

Il personaggio di Andrea – uomo solitario e spento, congelato in un lutto che non ha saputo volgere in un atto creativo – e quello di Rosanna, donna bella e sfiorita sotto il peso di sguardi distratti e non più incuriositi – sono più di tutti nel film la rappresentazione del peso della routine, la sofferenza della ripetizione, della prevedibilità, fino alla noia, tutto è sempre come sempre, nessuna cosa è più sorprendente.

Appare in questi personaggi il peso di una nota depressiva che trascina l’uomo e lo accompagna fino all’incontro con Hikma. E’ qui che, come uno squarcio, entra in scena la speranza, la possibilità che ancora qualcosa possa succedere, che la vita possa riservare ancora qualcosa di palpitante. E’ la rappresentazione del bisogno dell’uomo (disperato) di continuare a credere e sperare. Sebbene in modo un po’ idealizzato e forzato, illusorio e forse infantile con tutte le attenuanti che gli si possono dare. Ma la scelta di Andrea di unirsi con Hikma è ancora lontana dall’essere un “atto creativo”, si configura piuttosto come un abbaglio, un modo, altrettanto disperato e cieco di sostituire la perdita col ritrovamento senza però passare per il riconoscimento.

Nella donna, invece, Rosanna, c’è la forza e la straordinaria capacità di soffrire senza sconti. I due personaggi rappresentano posizioni contrarie relativamente all’idealizzazione e al suo uso, al relativo crollo dell’idealizzazione e sue ripercussioni.

Il loro ruolo nel film, per un motivo o per l’altro, è una nota detonante che dà straordinaria efficacia alla storia.


Intervento a cura di Benedetto Genovesi

In questo raffinato lungometraggio di Francesco Calogero girato a Messina, abbiamo quattro personaggi che si può dire rappresentano lo scorrere delle stagioni della vita. Il film mette in scena un processo di elaborazione del lutto. C’è sempre un incontro da cui una storia può iniziare. Siamo di fronte ad un bivio: se ci si chiude in se stessi ci si annienta, si va incontro alla morte; invece se ci si apre alla relazione ed alla possibilità di essere aiutati, allora si può tornare a vivere, in qualche modo si può rinascere. L’incontro avviene la notte di capodanno, notte di passaggio che segna al tempo stesso la fine di un anno e l’inizio di quello nuovo che sta arrivando. Quella notte arriva la bellissima ventenne tunisina Hikma. Potremmo dire che un gesto di scompiglio porta con sé la bellezza di un mistero. Hikma sprigiona vitalità, freschezza e un alone di sensuale attrazione, come un nuovo profumo di primavera. Primavera etimologicamente deriva dal latino primo che significa inizio e ver che significa splendere. Inizio dello splendere; il primo splendore in attesa dell’estate. La seconda primavera è intesa come il momento della rinascita. Dopo un lungo travaglio, Andrea si sente accolto e compreso da Hikma e può tornare alle passioni vitali, personali e professionali. Inevitabilmente, per elaborare un lutto c’è bisogno di tempo. Bisogna sapere attendere. Affinchè qualsiasi cosa possa nascere è necessario un tempo di attesa. Uno spazio in cui ci sia la possibilità di un respiro vitale. Infatti, senza attesa non ci può essere vita! In gergo quando una donna è incinta si dice “Aspetta un bambino” perché quell’attesa è importante affinchè possa nascere una vita. Aspettare è anche chiedere, infatti aspetto etimologicamente proviene dal latino e significa “io mi volgo a te e chiedo che tu venga da me”, ma anche “guardare attentamente che tu venga da me” ancora “essere con l’animo rivolti ad una persona che deve arrivare”, quasi come fanno i cani con le orecchie dritte che guardano attentamente ed attendono, che qualcuno, nella maggior parte dei casi il padrone, arrivi. Si attende sempre qualcuno. Il punto cruciale è sempre un incontro. Ed in effetti non ci può essere incontro senza attesa. Il Prof. Siracusano ha dedicato un interessante articolo al tema dell’attesa, dice che l’attesa è un’esperienza mentale e corporea, ora dominata da Eros, ora dominata da thanatos, intendendo per thanatos in questo caso, angoscia, ma anche tristezza. L’angoscia ha un’innegabile connessione con l’attesa. Per questo carattere di angoscia, Siracusano dice l’attesa sospende il tempo, lo dilata, così il tempo esce fuori dalla logica del tempo, dalle misure convenzionali; infatti nei momenti di angoscia, di dolore, di tristezza, il tempo sembra rallentarsi e dilatarsi. Notiamo nel film una caratteristica lentezza che ha il pregio di rappresentare con maestria questo concetto di attesa che deve necessariamente precedere il doloroso lavoro del lutto. La lentezza nello scorrere del film è il modo forse proprio per voler rappresentare il bisogno di attesa necessario ad attutire un dolore troppo forte. Ad un certo punto c’è “un tempo per il dolore” che è necessario affinchè si possa favorire la posizione depressiva ed elaborare il lutto. Come ci ha insegnato Melanie Klein la posizione depressiva intesa in senso integrativo, creativo, maturativo è necessaria affinchè il soggetto possa raccogliere le proprie forze, le proprie energie, possa rivedere, risistemare i propri oggetti interni, la propria condizione interna; perché se una persona cara è scomparsa, l’Io deve riconoscere ed accettare la realtà. E la realtà dice che l’oggetto non c’è più, per cui il soggetto deve lasciarlo andare. Poi il lavoro del lutto preluderà all’incontro e quindi preparerà di nuovo alla vita. La nostra vita nasce con un lutto, quello di dovere abbandonare per sempre la condizione protetta della vita intrauterina e la nostra crescita è consentita da una continua elaborazione di lutti, intesi in senso lato, anche il naturale trascorrere delle stagioni della vita è un naturale susseguirsi di lutti. Tornando al film, in questo incontro tra Hikma e Andrea si respira un’aria di una seconda primavera, che spesso è anche più ricca della prima, perché è più matura, più consapevole; ad una certa età si ha maggiore capacità di tollerare ed elaborare la posizione depressiva, perché c’è il bagaglio esperienziale di un dolore già affrontato ed ancora una volta superato. Ed Hikma è essa stessa una seconda primavera. Porta con se la forza misteriosa di un cambiamento. Inizialmente, in Andrea ci potrebbe essere un inconscio senso di colpa in questo dolore che potrebbe avere determinato uno stato melanconico. Il senso di colpa ha potuto determinare una situazione di impasse, un blocco, una difficoltà a cogliere l’incipit del lavoro del lutto. Ed allora c’è bisogno di un lasso di tempo, lungo e lento, per attutire il dolore e cominciare a capire. L’attesa crea un necessario stato di sospensione in cui il mondo interno possa riordinarsi, riorganizzarsi. Nel frattempo il travaglio del lutto. Andrea sembra non riuscire facilmente a liberarsi di Sofia, a lasciarla andare, forse c’è un’area di incomprensibilità per il peso schiacciante del senso di colpa, un’area in cui, come direbbe Freud, “l’ombra dell’oggetto cade sull’Io” e quindi lo oscura e gli impedisce di guardare l’orizzonte e vedere l’arrivo di qualsiasi altra persona. Eppure arriva Hikma che sembra una copia di Sofia, perlomeno nel nome. Sofia etimologicamente deriva dal greco ed ha esattamente la stessa derivazione etimologica del nome Hikma che in arabo significa sapienza, conoscenza e quindi ricalca l’origine etimologica del termine greco Sofia. Questa situazione mi fa pensare al concetto di perturbante che Freud trae dal racconto di Hoffmann “L’uomo della sabbia” un personaggio fantasmatico che gettava la sabbia negli occhi ai bambini cattivi impedendo loro di vedere, generando quindi in loro angoscia. È perturbante un elemento che contiene in sè contemporaneamente qualcosa di familiare e qualcosa di estraneo. In qualche modo ad un livello inconscio per Andrea, Hikma è e non è Sofia; c’è la tendenza alla ripetitività, il bisogno di tornare su certe angosce, su certi dolori, per potersene liberare. Hikma rappresenta lo spettro fantasmatico di Sofia (proprio come la donna che visse due volte di Hitchcock a cui per certi versi il film sembra richiamarsi, tra l’altro nel film abbiamo il negozio di abbigliamento che si chiama “La moda che visse due volte”), segnando la ripetitività del dolore. Il dolore ha bisogno di essere alleviato più volte per essere curato (è tipico il massaggiare più volte una parte del corpo dolente dopo un urto doloroso, proprio allo scopo di alleviare il dolore). Nel perturbante c’è un elemento che si ripete. Tale elemento è contemporaneamente sia angosciante che affascinante. C’è qualcosa che si ripete, che inquieta, che a che fare con il dolore; eppure contemporaneamente c’è qualcosa di nuovo, che da sollievo, che ha a che fare con la possibilità di recuperare un senso vitale delle cose. Potremmo dire che Hikma è un personaggio perturbante, certamente in grado di provocare turbamento, ma anche in grado di possedere un fascino ed un potere quasi terapeutico, nel suo richiamare Sofia riuscendo contemporaneamente a differenziarsene, grazie alla sua sensuale vitalità. Si potrebbe ipotizzare che l’elemento perturbante abbia un potere terapeutico. È necessario uno sconvolgimento che scompigli l’ordine delle cose e preluda al cambiamento. C’è bisogno di qualcosa che si ripete per andare a prendere Andrea laddove è bloccato nel suo dolore, ed aiutarlo a sbloccarsi e venirne fuori. Questo potrebbe essere il ruolo dell’analista che deve necessariamente possedere la capacità di empatizzare con la sofferenza del paziente, di andarlo a prendere laddove si trova; ma contemporaneamente deve poter avere la forza di tirarlo fuori da quella sofferenza. L’analista per questo potrebbe possedere caratteristiche perturbanti ed in questo senso terapeutiche. L’analisi è una tecnica scientifica; ma anche una qualità empatica che l’analista deve necessariamente possedere per svolgere il suo ruolo terapeutico. C’è bisogno di un lavoro profondo di introiezione dell’oggetto per poterlo riparare. La riparazione è un gesto d’amore, opera per la vita, riuscendo a svincolare Eros da Thanathos. C’è bisogno di una relazione terapeutica in cui si possa trovare la forza di cominciare a mettere in parole la sofferenza, un incipit che implica l’essenza stessa del movimento, della volontà di cambiamento. E’ necessario rendersi pronti a renovare dolorem infandum, rinnovare il dolore e rinnovarlo ancora per poterlo rendere vivibile e dicibile. Come dice Colin Murray Parkes “il dolore del lutto fa parte della vita esattamente quanto la gioia dell’amore, esso è forse il prezzo che paghiamo per l’amore … chi sceglie di amare, sceglie anche di soffrire”. Nell’opera del lavoro del lutto si riuscirà finalmente ad uscire dalla condizione mortifera di ripetitività e si potrà tornare alla vita, cominciando, come vediamo nel film, a prendersi cura del giardino. La primavera viene rappresentata dal giardino fiorito della villa al mare. Il giardino fiorito sembra richiamarsi al racconto di Edgar Allan Poe “il dominio di Arnheim” (e ripreso da Magritte in alcuni suoi dipinti come si vede nel film) in cui si narra di un uomo che scegli di dedicare la propria vita a creare e curare meravigliosi giardini e trova proprio nella cura della bellezza, nella vita all’aria pura, nel distacco dalla frenesia della quotidianità e nell’amore di una donna, le quattro condizioni imprescindibili della felicità. Il giardino come spazio segreto della villa nascosta, in contrasto con il degrado e lo squallore della città. La primavera è una stagione di transizione tra l’inverno precedente e l’estate successiva che sta per arrivare. La primavera si caratterizza per i suoi colori. Nel film notiamo il leitmotiv del colore viola ( il ponte, il tavolo, l’accappatoio, il vestito). Il viola è un colore che da un lato richiama il lutto; ma dall’altro contiene una forte fascinazione erotica. Infatti, secondo la tradizione, la viola è un fiore che rappresenta la passione e che propizia l’amore ed infatti è il simbolo della primavera. Potremmo dire che per questa sua qualità di possedere contemporaneamente elementi di eros e di thanatos, anche il colore viola è un colore perturbante. Crea uno scompiglio creativo. Ed è proprio con l’immagine del giardino fiorito che Calogero sceglie di concludere il film. Il giardino, ricco di rose e di viole, è il simbolo proprio della seconda primavera, e ripara anche il rapporto con la natura, di cui anche la morte fa parte. C’è un modo nuovo di guardare il mondo. Come dice il regista Francesco Calogero parafrasando Thomas Eliot “finalmente consapevole che al giardino delle rose si accede attraverso la porta che non abbiamo mai aperto” diventa fondamentale sapere aspettare. Ferzan Opzetek dice “Impara dai fiori ad essere paziente, ad aspettare; perché i fiori lo sanno che dopo un gelido inverno arriva sempre la primavera”. Hikma insegna ad Andrea a prendersi cura del giardino che circonda la sua villa al mare; Andrea sviluppa un inconfessato sentimento assai vicino all’amore: è arrivata per lui una seconda primavera. A questo punto Hikma andrà a vivere insieme a Riccardo nell’attico, finalmente, ristrutturato; ed Andrea potrà farsi da parte, nella consapevolezza di avere avviato l’elaborazione del lutto e di essere finalmente tornato alla vita. C’è bisogno di una relazione terapeutica per prendersi cura del dolore, elaborare il lutto ed aprirsi a nuovi incontri. “La canzone dell’amore perduto” di De Andrè che ascoltiamo sui titoli di coda è una rappresentazione compiuta dell’elaborazione del lutto ed apre ad un amore nuovo.

Vorrei chiudere con una citazione, secondo me poetica, di Siracusano, adattandola qui alla condizione di vuoto lasciato dalla persona che non c’è più, ma che è un vuoto fecondo, che prelude ad un incontro come avviene nella cura analitica.

“Una cosa è per esempio la brocca. Ciò che contiene nella brocca sono il fondo e le pareti. Se però il contenere risiede nel vuoto della brocca, allora il vasaio (come l’analista) non fabbrica propriamente la brocca; egli dà forma al vuoto. Il vuoto contiene in due sensi: ricevendo e offrendo. L’essenza feconda del vuoto è raccolta nell’incontro”.