ll Laboratorio psicoanalitico Vicolo Cicala nasce a Messina  il 31 luglio 2003, come associazione scientifica non avente scopo di lucro che si occupa di psicoterapia e ricerca psicoanalitica. Si chiama “Vicolo Cicala” poichè è situato in prossimità delle “case Cicala” che hanno una rilevanza storica per la città essendo una delle poche strutture che hanno resistito al terremoto del 1908.

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Una suggestiva metafora sul “crollo” dei ponti in un interessante articolo di Corrado Randazzo, presidente del Laboratorio Psicoanalitico Vicolo Cicala.Il ponte che crolla
IL CROLLO ERA NELL’ARIA...

Se crolla un ponte due luoghi smetteranno di essere collegati.
Raramente come adesso un evento tanto catastrofico rappresenta il momento che l’umanità sta attraversando.
Si è interrotto il collegamento tra le persone, si è interrotta la relazione con l’altro, si è interrotta la continuità dei vissuti che passano tra due persone.
Il contatto con l’altra parte del ponte da adesso in poi avverrà per telefono, per immagini, attraverso i social.
Crolla l’era del vis a vis, è finito il tempo degli appuntamenti ad un certo punto del ponte. Adesso il ponte non serve più. Da adesso ci sentiremo e ci vedremo senza più stringerci la mano.
Ciò che accade non è un imprevisto ma la naturale evoluzione del nostro stato di sviluppo emotivo.
Il crollo del ponte era nell’aria.. gli avvertimenti sono stati tanti e quotidiani. Ma noi non abbiamo fatto nulla. Noi siamo corsi ai ripari, non siamo riusciti a tollerare il contatto emotivo con l’altro. Siamo stati sempre più turbati dal flusso di emozioni che passano da un capo altro del ponte, da una persona all’altra.
La coppia è crollata.
Le persone già da tempo si rifiutano di “sentire” l’altro. Già da un po’ ci difendiamo dall’altro, dal “diverso da me”.
Già da un po’ sentiamo parlare di bullismo, di violenza sui più deboli, di disprezzo per gli immigrati.
Già da un po’ ci difendiamo dal dolore dell’altro. Da tempo non siamo più educati a sentire i sentimenti dell’altro, già da un po’ ci difendiamo maniacalmente dal dolore del l’altro.
E non facciamo nulla....
Se non post attraverso i quali dichiariamo il nostro sdegno. Raccontiamo il nostro disaccordo, diciamo basta a chi fa monellerie. Diciamo di fare i bravi a bambini che piangono perché vogliono il giocattolo, diciamo di smetterla ad adolescenti che assumono condotte disfunzionali per se e per gli altri.
Post che non cambiano le cose poiché chi è sdegnato già lo è ma chi non lo è non lo diventerà grazie al fatto di sapere ciò che già sa e che non lo turba.
Nessun bambino smetterà di piangere se gli spieghiamo che troppe caramelle fanno male e nessun adolescente smette di fare cose sbagliate quando gli spieghiamo che ciò che fa è sbagliato.
La gente non agisce in un determina modo perché non sa qual è la cosa giusta da fare ma perché crede di non poter fare altro... e per questo non serve a nulla spiegare. La gente agisce per ciò che sente. Ed oggi sentiamo paura ed appartenendo al regno degli animali non siamo immuni dal produrre violenza e aggressività quando ci sentiamo in pericolo. Sentiamo l’emergenza di doverci difendere dall’altro. Difenderci dalla relazione con l’altro. Difenderci dal dolore dell’altro. Forse perché temiamo di non essere in grado di aiutarlo. Forse perché temiamo di non essere dei buoni genitori. Forse perché sentiamo o temiamo di non poter esercitare a pieno la funzione paterna e materna.
O forse perché temiamo di poter essere contagiati dal dolore dell’altro, di poter essere infettati.
L’effetto di questa crisi della relazione affettiva che comincia dal crollo della coppia genitoriale si spinge fino al congelamento delle relazioni, a relazioni virtuali, a relazioni interrotte.
È crollato il ponte tra l’Io e l’Oggetto. È a rischio la continuità delle relazioni emotive.
Ciò che c’è da fare credo abbia più a che fare con il ritorno ai “banchi di scuola”, il ritorno ad un’educazione emotiva che ci consenta di non aver paura di accogliere l’altro, e che ci faccia fare esperienza del fatto che accogliere fisicamente ed affettivamente un immigrato non significa vivere il suo trauma ma casomai condividerlo ed arricchirci della sua esperienza. Che ci rassicuri sul fatto che avere rapporti di affetto o di amicizia con un gay non significa soffrire.
Per impedire la corsa all’anestesia emotiva bisogna riuscire a stare in contatto emotivo con l’altro. Esperienza da sempre svolta e scoperta all’interno della famiglia e grazie al ruolo della coppia genitoriale.
Adesso è crollato il ponte tra il genitore ed il figlio. Il genitore ha perso il contatto con il figlio “reale”, fallibile, sporco e sogna continuamente il contatto con il figlio immaginato, il figlio ideale (onnipotente e sempre pulito e profumato). Il figlio che non è mai esistito e che non esisterà mai.
E crollano i ponti... Il figlio non si sente più riconosciuto e si difende da questo intenso dolore anestetizzandosi e rifugiandosi in relazioni virtuali, che (escludendo il corpo) si illudono di difendersi da quel dolore così intenso.
Per ricostruire il ponte o per non farne crollare altri credo necessiti una corsa all’ascolto... l’ascolto di se’ prima e dell’altro poi.
Credo servano oggi più che mai più relazioni di accoglienza e di accudimento e meno parole...
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21 ore fa  ·  

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